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Crescente domanda di corno di rinoceronte soprattutto in Cina, fa strage di rinoceronti e mette in ginocchio l’economia keniana

Il crescente bracconaggio in atto nel paese, agevolato dalla corruzione delle guardie, toglie attrattive al turismo (il 12% delle entrate nazionali) e sostentamento a 230 mila persone che lavorano nei parchi e nel settore della fauna selvatica. Il governo tenta di dare una stretta.

 

NAIROBI – L’uccisione nel giugno scorso dell’elefante Satao, il più vecchio in Kenya, le cui zanne arrivavano a toccare il suolo, attesta la minaccia rappresentata dal bracconaggio, che ha raggiunto dimensioni allarmanti.

Com’è noto elefanti e rinoceronti sono sempre di più specie in pericolo, poiché i bracconieri li cacciano con le più sofisticate armi da fuoco, nonché con frecce avvelenate. Ciò preoccupa fortemente Jim Nyamu, direttore esecutivo di Elephant Neighbours Centre, un’organizzazione per la tutela della fauna selvatica.

Nyamu stima che il tasso di mortalità degli elefanti nel parco nazionale di Tsavo , il più grande ecosistema di elefanti in Kenya , è del 4 per cento, mentre il tasso di natalità appena del 2. “Abbiamo visto la popolazione degli elefanti diminuire di oltre mille esemplari negli ultimi tre anni. Perdiamo più elefanti di quanti non ne nascano”, osserva Nyamu, aggiungendo che, negli ultimi tre anni, cento impiegati del parco hanno perso il lavoro come conseguenza del calo della popolazione di elefanti.

Se il calo continua incontrollato, presto non ci saranno più rinoceronti né elefanti, e ciò porterà a una perdita degli incassi del turismo, una delle colonne portanti dell’economia keniana. I residenti delle aree dove si trovano i parchi nazionali fanno affidamento sugli incassi derivati dal turismo, che sono usati tra l’altro per costruire ospedali scuole, nonché infrastrutture fondamentali come le strade. Ma persino con questi dati preoccupanti sulla perdita delle due specie, il Kenya Wildlife Service (Kws) non ha ancora dichiarato il bracconaggio un disastro nazionale.

I principali gruppi ambientalisti affermano che l’aumento della domanda di avorio di contrabbando ha causato la morte di 3.000 elefanti africani all’anno dal 2007. Queste statistiche allarmanti hanno mobilitato niente meno che il direttore esecutivo dell’Unep (programma dell’Onu per l’ambiente) Achim Steiner.

“L’ondata di uccisioni di elefanti in Africa e la cattura di altre specie protette nel mondo mette a rischio non soltanto la fauna selvatica, ma anche milioni di persone che vivono grazie al turismo”, spiega Steiner.

Il Kenya, ad esempio, ha visto negli anni diminuire sempre più la popolazione di elefanti per colpa del bracconaggio. Quest’ultimo, seppur illegale, continua inarrestabile. Negli anni ’70 sono stati uccisi 1900 elefanti, e il numero è cresciuto fino a 8.300 negli anni ’80.

Nonostante un calo delle morti negli anni ’90 in seguito a un divieto messo in atto dal Cites (convenzione sul commercio internazionale delle specie in via di estinzione), il crimine è settuplicato fra il 2007 e il 2010, e a nulla sono serviti i numerosi arresti all’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta.

La situazione è stata aggravata dalle guardie forestali corrotte del Kws, che ricevono mazzette e si girano dall’altra parte mentre i bracconieri fanno il loro comodo nei parchi nazionali e nelle riserve di caccia. Sebbene il Kws neghi la complicità delle proprie guardie forestali nelle uccisioni di elefanti,

Richard Leakey, ex direttore Kws e paleontologo ambientalista, sostiene che il boom del bracconaggio – e il conseguente aumento delle morti di rinoceronti ed elefanti anche nelle aree più sorvegliate – è chiaro segno che i bracconieri operano in combutta con i sorveglianti. “Non potrebbe esserci una così alta impunità se non avessero una qualche sorte di protezione da parte di chi deve far rispettare la legge”, è convinto Leakey.

“Se fosse solo un problema di criminali… si sa chi sono i boss”, aggiunge, lamentandosi che un nocciolo duro di circa 20-30 persone organizza il bracconaggio, ma nessuno di loro è mai stato condannato.

Il direttore del Kws William Kiprono, ammette che uno dei fattori decisivi dietro il preoccupante boom del bracconaggio, che minaccia di spazzar via il preziosissimo patrimonio nazionale della fauna selvatica, sono le sanzioni di gran lunga troppo basse inflitte ai cacciatori di frodo.

“Una multa di 30 mila scellini keniani (Ksh, pari a 270 euro) non è stata un dissuasore per i criminali che guadagnano da questa attività migliaia di dollari”, dice Kiprono. C’è forse però un barlume di speranza, in quanto il consiglio dei ministri ha preparato un provvedimento, al momento nelle mani del parlamento, con il quale propone che chiunque venga riconosciuto colpevole di bracconaggio dovrà far fronte a una pena detentiva fino a sette anni e pagare una multa di 1 milione di Ksh (quasi 9.000 euro).

Va fatto presente che il boom della caccia di frodo può essere attribuito in primo luogo al crescente commercio illegale del corno di rinoceronte: la globalizzazione e la crescita economica hanno facilitato la creazione di rotte per il commercio illecito. C’è una crescente domanda di corno di rinoceronte soprattutto il Cina, Vietnam e altre destinazioni asiatiche, dove si crede che il corno abbia valore terapeutico. L’alto prezzo di mercato acquisito dal corno ha attratto associazioni a delinquere senza scrupoli, che attraverso armi sofisticate individuano e uccidono rinoceronti.

Questa drammatica situazione ha spinto la first lady keniana Margaret Kenyatta e l’amministratore dell’Undp Helen Clark a lanciare un programma per la tutela nel sud del paese. Kenyatta ritiene che la lotta al bracconaggio non può avere successo se non vengono dati alle comunità i mezzi per fermare il pericoloso aumento del crimine. “Questo orribile fenomeno deve finire. Sta riducendo vertiginosamente il nostro patrimonio nazionale, distruggendo vite e guadagni e alimentando la corruzione e l’instabilità”, ha dichiarato Kenyatta in occasione del varo del programma nel giugno scorso.

L’apporto della fauna selvatica all’economia del paese attrae un milione di turisti all’anno, genera il 12% delle entrate nazionali e dà lavoro direttamente a 230 mila keniani. Perciò, in Kenya e nel resto del continente africano, l’attuale minaccia rappresentata dal bracconaggio ha un impatto disastroso sui mezzi di sostentamento, sul tasso di povertà e sulle opportunità per uno sviluppo sostenibile.

Redattore Sociale ,Ottobre 2014