Così Pechino cambia faccia al Tibet: il buddismo diventa un business

E’ tutto diverso il volto di Lhasa da quel 14 marzo del 2008 che ne insanguinò le strade. Non si fa più tappa obbligata davanti ai resti della guerriglia lungo la Beijing Rd, l’arteria principale che segna la città passando di fronte al Potala, con quei negozi messi a ferro e fuoco che per diversi mesi Pechino aveva ordinato di mostrare ai media stranieri per far vedere quanto fosse stata violenta la sommossa dei tibetani contro i cinesi Han. Tornare oggi a Lhasa, con un gruppo di giornalisti invitati dal governo centrale, significa assistere a tutt’altro film: quello di un agglomerato urbano che si espande sempre più velocemente come una qualunque città cinese, con l’ansia di modernizzazione che soffoca le radici di una spiritualità antica; quello di un’idea di sviluppo e di progresso che fa del cuore del buddismo tibetano una macchina per far soldi attraverso il turismo e le nuove attività d’impresa incoraggiate da Pechino con una mirata politica di sgravi e agevolazioni economiche. Nel vecchio centro tibetano, che abbraccia il tempio-simbolo del Jokhang, si vedono ancora i militari che pattugliano la zona, anche se l’assedio in assetto di guerra e il coprifuoco che blindavano la città dopo la rivolta sembrano un ricordo lontano. La devozione e la preghiera sono un richiamo incessante per i pellegrini che arrivano da ogni parte del Tibet e formano lunghe file all’ingresso del tempio, ma appena fuori dal Barkhor, il circuito del pellegrinaggio che stringe il Jokhang, è il business a farla da padrone. Si moltiplicano le attività commerciali e il maggior benessere garantito a molti dall’intraprendenza di Pechino anestetizza il malcontento facendo prevalere la rassegnazione. «L’instabilità è fonte di povertà, solo l’ordine e la sicurezza sono in grado di assicurare al nostro popolo un futuro migliore», tuona il vicepresidente della Regione autonoma del Tibet, Duo Tuo, quando gli si accenna alla forte influenza che il Dalai Lama continua a esercitare come capo spirituale dei buddisti tibetani. A nulla vale il fatto che sia stato nominato un nuovo capo del governo tibetano in esilio a Darhamsala, in India. Dong Yunhu, viceministro del potente dicastero dell’Informazione, va dritto al punto: «Da sempre gli Stati Uniti cercano di minare lo sviluppo economico della Cina per indebolirla e dividerla: sostengono il separatismo etnico strumentalizzando il Dalai Lama e così attuano la loro politica colonialista ai danni del nostro Paese». La verità è che la situazione resta tesa non solo in Tibet ma anche nel confinante Sichuan, dove a marzo e ancora pochi giorni fa due monaci si sono dati fuoco e sono morti per protestare contro le restrizioni imposte da Pechino e per il ritorno a Lhasa del leader spirituale dei buddisti tibetani. La macchina dello sviluppo intanto tira, eccome. E’ il People’s Daily, il principale quotidiano di partito in Cina, a snocciolare le cifre del boom: nei primi sei mesi del 2011 il gettito fiscale è aumentato del 94 per cento, arrivando a 660 milioni di yuan (circa 102 milioni di dollari), mentre dal 2006 al 2010 sono nate più di 3.300 nuove imprese nei principali settori dell’economia tibetana (dall’agricoltura all’alimentare, dall’artigianato alla medicina tradizionale). L’industria del turismo fa la sua parte: nei primi sei mesi di quest’anno si sono registrati 2 milioni di arrivi, con strutture ricettive che solo a Lhasa hanno raggiunto una capacità di 10 mila posti letto. Per lo più si tratta di turismo interno alla Cina, grazie a una politica di commercializzazione dell’immagine del Tibet capace di attirare anche i più giovani. Ma il rischio di trasformare questo altipiano paradisiaco in una Disneyland orientale a uso e consumo del turismo di massa c’è, e gli effetti cominciano farsi sentire. Un esempio per tutti: il monastero di Tashilhumpo, a Shigatze, sede ufficiale del Panchen Lama, la cui foto campeggia ovunque con il placet di Pechino. Qui i monaci sono 700 ma se ne incontrano pochissimi, ampie zone un tempo abitate sono consegnate all’abbandono, decine e decine di pullman scaricano una folla di turisti che si accalca snaturando quel luogo sacro, urla, scatta foto ricordo con la classica «V» di vittoria che piace tanto ai cinesi mentre le telecamere pagano fino a 1800 yuan (circa 205 euro) per le riprese nelle varie cappelle. La speranza è che la Cina pianifichi il fenomeno e faccia prevalere il senso della misura. Perché se al monastero di Pelkor Chode, che ospita il famoso kumbum di Gyantse, gli 80 monaci all’attivo ricevono sovvenzioni dal governo e non si sottraggono alla messa in posa per le foto souvenir con i turisti – anche qui, a pagamento se scattate all’interno, magari con il classico cappello da cerimonia in testa – è innegabile il senso di tristezza che trasmette tanto attaccamento al denaro che fluisce con il nuovo business. Con la precisazione che ci viene fatta dal monaco più anziano: «Internet non lo usiamo, contiene immagini e informazioni che nuocciono al buddismo tibetano». Ça va sans dire.

Lucia Pozzi

Fonte: Il Messaggero, 27 agosto 2011

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