Così l’imperialismo cinese sta ammazzando l’Africa

Dopo aver lavorato per qualche anno in Sierra Leone, mi sono ora trasferito a Maputo, capitale del Mozambico, uno dei Paesi più poveri del mondo e osservo anche qui l’impressionante avanzata della silenziosa, inspiegabilmente incontestata e inconstrastata invasione cinese dell’Africa. Posso testimoniare che le dinamiche cinesi sono le stesse, se non peggiori, rispetto a quelle osservate nell’Africa dell’ovest: commercio di prodotti di bassissima qualità senza nessun controllo su tossicità e norme di sicurezza, tra cui i soliti medicinali inefficaci, corruzione dilagante e solito baratto tra costruzione di imponenti infrastrutture, quali aeroporti, sedi ministeriali, scuole, ospedali, strade e ponti, in cambio di concessioni di terreni, foreste e sfruttamento delle ingenti risorse minerarie disponibili… Così ci si trova con il nuovo aeroporto della capitale che dopo soli due mesi ha problemi di tenuta della corrente, acqua che filtra dal tetto e macchine emettitirici che non funzionano più, oppure con i sedili dello stadio olimpico in frantumi il giorno stesso dell’inaugurazione solo per aver ospitato persone di taglia maggiore rispetto allo standard cinese. E l’elenco potrebbe continuare. Ma c’è un fenomeno in Mozambico che in Sierra Leone era poco conosciuto, non perché assente, ma per la pochezza di mezzi e capacità della stampa libera di quel Paese: mi riferisco al taglio abusivo e all’esportazione di legname in quantità pazzesche. Una deforestazione illegale e selvaggia che giornali come Savana – settimanale vicino all’opposizione – ma anche Domingo – che appartiene alla stessa casa editrice del filo governativo Noticias – denunciano da tempo dimostrando qualità investigative e, soprattutto, coraggio. Infatti, dietro questo scempio economico ed ambientale ci sono sì imprese di capitale privato e pubblico cinese, ma anche imprese di capitale misto cinese-mozambicano dietro alle quali, come denunciano i giornali, si celerebbero importanti e potenti azionisti locali. I media raccontano della paura di polizia e magistrati nell’approfondire le investigazioni. Non sarebbe tanto e solo la corruzione, infatti, il motivo per cui per esempio negli ultimi mesi almeno 600 container stracolmi di legname di primissima qualità siano stati caricati senza nessun controllo in tre navi in partenza per la Cina e bloccati solo qualche ora prima di salpare, ma anche interessi economici diretti da parte di membri dell’establishment mozambicano. Pare, inoltre, che il blocco della merce sia avvenuto solo a causa di ispezioni vendicative dovute a litigi sulla spartizione del denaro versato per “facilitare” il passaggio in dogana senza controlli: circa 15.000 euro secondo il Savana. Per la legge mozambicana il legname non può essere esportato senza essere almeno tagliato in assi per aumentare il valore aggiunto che rimane in loco. I circa 18.000 tronchi, invece, erano interi e privi di ogni contrassegno di provenienza: concessione, esportatore, età ed altri dati richiesti dalla legge. Alcuni amministratori locali che avevano denunciato attività di deforestazione illegale sono stati rimossi con accuse improbabili. I media si chiedono come sia possibile che allo stesso modo altre guardie forestali, leader comunitari e polizia locale non abbiano visto nulla? Resta poi il segno incancellabile di questo sanguinoso commercio: i corpi abbandonati di giovani, ma anche di donne e bambini, che si recano di notte nelle foreste per guadagnare pochi centesimi di euro partecipando al taglio abusivo del legname… E resta il solito quesito: perché gli ambientalisti e terzomondisti che in altri momenti storici si stracciavano le vesti ed organizzavano manifestazioni, campagne di boicottaggio e perfino assalti contro l’occidente imperialista, le multinazionali americane, i gruppi petroliferi e compagnia bella, oggi sono totalmente silenti ed inoperosi? Qualcuno di questi idealisti a senso unico vive oggi in Mozambico e ritiene che “la Cina sta contribuendo incredibilmente allo sviluppo dell’Africa facendo, nel peggiore dei casi, quello che noi occidentali abbiamo fatto prima”. Osservazione che per una mente non ideologica non dovrebbe costituire nè un’alibi per i cinesi e per il loro brutale saccheggio, nè una giustificazione per il silenzio dei benpensanti nostrani. Per fortuna dove non arrivano gli intellettuali e difensori part-time dei diritti civili che albergano – strapagati – nelle agenzie umanitarie e nei media, arriva la gente. I popoli africani si stanno ribellando a quelli che i loro governanti ancora definiscono “amici” o “benefattori”. Certo i poveri congolesi possono poco contro il loro ministro delle foreste, lui stesso socio al 50% di una ditta cinese che ha in concessione – accordata naturalmente da lui stesso – lo sfruttamento di una delle più grandi estensioni boschive del mondo. In Zambia, però, i venditori locali hanno inscenato una protesta perchè sul mercato sono comparsi migliaia di polli venduti dai cinesi: meno cari e – chissà in che tossica maniera – più grassi. Pare che il governo cinese si stia preparando a finanziare la campagna di rielezione dell’attuale presidente Rupiah Banda, mentre gli zambiani già chiamano “infestatori” quelli che il loro presidente definisce “investitori”.I lavoratori africani delle terre, dei cantieri e delle miniere cinesi si sono ribellati in Zimbabwe, in Angola, in Namibia, Tanzania, Nigeria. In Uganda i commercianti di Kampala hanno chiesto al governo di calmierare l’immigrazione cinese condannando la “commercializzazione di prodotti contraffatti e di bassissima qualità”. Un intellettuale namibiano afferma: “La luna di miele Africa-Cina è già finita. I governanti africani amano ancora i cinesi come partner commerciali, ma sotto di loro, tra la gente, cresce sempre più il risentimento”. IlSunday Times di Johannesbourg riporta uno studio effettuato da un’organizzazione sindacale dello Zimbabwe di Robert Mugabe che, oltre ad essere un dittatore, è anche uno dei più convinti – e lautamente ricambiati – sostenitori della presenza cinese nel continente nero: “Abbiamo scoperto – afferma il sindacalista coordinatore delle studio – che le condizioni e le relazioni di lavoro nelle imprese cinesi sono peggiori di quelle di qualsiasi altro gruppo di investitori e possono perfino essere considerate peggiori rispetto al tempo coloniale”.

Ambrogio Fumagalli

Fonte: Il Sussidiario.net, 12 agosto 2011

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