Cosa si nasconde dietro lo “sbarco” cinese?

Uno dei difetti principali del “sistema” Italia è il provincialismo. Prendiamo, ad esempio, come il Paese affronta la nuova grande questione nelle relazioni internazionali, il ruolo crescente della Cina. Per noi i “cinesi” sono ancora e soprattutto quei silenziosi e a volte incomprensibili immigrati che popolano le nostre Chinotown coi loro sandali, i negozi affastellati di merci a bassissimo costo, le griffe taroccate, gli odori e i rumori dei ristoranti. Questa sottovalutazione, in certi casi anche vera e propria svalutazione, del peso effettivo della potenza cinese nel nostro continente e in Italia, comporta gravi ritardi nelle scelte strategiche di molti imprenditori, per non parlare della politica. Pochi invece sanno che la Cina ha da tempo messo gli occhi su alcune aree strategicamente molto appetite e importanti dello Stivale. Un esempio è senz’altro quello del porto di Taranto. Mentre per anni la politica, per interessi localistici ed anche, va ammesso, per illeciti vantaggi dal pericoloso legame con la ‘ndrangheta, ha profuso fondi regolarmente buttati a mare per l’inutile struttura portuale di Gioa Tauro, i cinesi hanno capito che Taranto poteva diventare un approdo formidabile per l’arrivo delle loro gigantesche e stracariche super container. L’avevano ben compreso i Romani, il ruolo strategico del porto collocato nella profonda e riparata  insenatura naturale proiettata sul mare Ionio. Dopo aver conquistato il ricco porto greco del Pireo, la Cina ha messo le mani sui moli tarantini e ha in animo di sviluppare entro pochi anni l’intera area, con grandi vantaggi per i pugliesi, considerata poi la collocazione ideale non solo verso porti mediterranei importanti come Malaga e Barcellona, ma anche e soprattutto da e per tutta l’Africa. I cinesi producono moltissimo, fanno ricerca avanzata, sono titolari del 12 per cento dei brevetti rilasciati annualmente, producono il 21,7 per cento di ciò che viene posto in commercio in tutto il mondo, il valore dell’interscambio cinese nel 2010 è salito al 9 per cento del totale mondiale. Per questo Pechino ha deciso di giungere progressivamente al controllo dei mezzi con cui si effettuano gli scambi, cioè i porti e le flotte mercantili. L’obiettivo è chiaro: assumere il controllo della filiera, dalla realizzazione del prodotto alla consegna finale, evitando quindi tutti i rischi collaterali. Ben 10 porti sui 14 principali scali nel mondo sono cinesi e ben 7 dei primi sono specializzati ed attrezzati per i super cargo. La bandiera rossa sventola ad Aden, Porto Said e Pireo e punta ora su Taranto, ripercorrendo in gran parte la via percorsa dalla più grande flotta commerciale dell’800, quella inglese. Sempre i cinesi controllano i porti che chiudono da una parte e dall’altra il canale di Panama. Chi domina i mari, la Storia lo insegna, domina il mondo.

Andrea Pamparana

Fonte: Il Sussidiario.net, 10 agosto 2011

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