Corruzione cinese senza fine: arrestato il presidente della Banca postale

Le autorità giudiziarie cinesi hanno arrestato Tao Liming, presidente della Banca depositi postali cinese, con l’accusa di aver commesso “crimini economici”. Si tratta dell’ennesimo scandalo che colpisce il mondo finanziario del Paese: due settimane fa uno dei vertici della Banca agricola, il vice presidente Yang Kun, è finito in galera mentre il Partito e il governo centrale cercano in tutti i modi di rilanciare la lotta alla corruzione imperante. La Banca postale è la settima per importanza in Cina. Oltre a Tao, al momento ai domiciliari, è stato fermato Chen Hongping, capo di una delle divisioni operative dell’istituto. Secondo i vertici bancari, i due “stanno collaborando con le autorità”. Il Partito ha imposto al banchiere la shuanggui, un sistema disciplinare riservato ai membri del Pcc che è al di fuori del normale sistema giudiziario. Si tratta di una sorta di arresti domiciliari non vincolati da un giudice. Secondo alcune fonti, Tao e Chen praticavano il prestito fuori dai libri contabili nei confronti di clienti fidati, ma con i soldi della banca. In questo modo potevano ottenere ingenti guadagni, derivati dai tassi di interesse svincolati da quelli governativi. L’istituto vanta quasi 3mila miliardi di yuan di depositi e si dovrebbe occupare di prestiti per lo sviluppo delle zone agricole. Ma la corruzione in Cina sembra essere oramai divenuta endemica. Ieri, nella provincia dello Shandong, le autorità comuniste hanno purgato 102 funzionari del Partito che hanno violato leggi e regolamenti interni. Dei purgati, 68 sono accusati di aver violato la legge sul figlio unico: i ricchi cinesi, infatti, possono comprare i funzionari incaricati di controllare la natalità locale e avere così figli in più. Il governo centrale e la leadership comunista sanno bene che gli scandali legati alla condotta dei propri membri sono una delle minacce peggiori alla stabilità interna. Dopo decenni di soprusi, infatti, la popolazione ha iniziato a non subire più in maniera passiva le varie forme di vessazione imposte dai quadri locali e – fra petizioni a Pechino e manifestazioni di piazza – esprime anche in forma violenta il proprio scontento. Il Partito ha cercato di lanciare diverse campagne contro la corruzione e a favore del restauro della moralità in politica, ma gli arresti degli ultimi mesi sembrano dimostrare che queste siano del tutto fallite. Diversi analisti e dissidenti ritengono “impossibile” che la corruzione si attenui fino a che non esisterà in Cina un controllo democratico sull’opera del governo.

Fonte: Asia News, 12 giugno 2012

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