Cina: confessioni ottenute con la tortura

In Cina le prove ottenute illegalmente – ad esempio usando mezzi di tortura durante un interrogatorio – non possono essere usate, soprattutto nei processi che possono concludersi con la condanna a morte dell’imputato. E’ quanto stabilito da due nuovi regolamenti, in base ai quali la condanna capitale può essere pronunciata solo dopo aver acquisito prove sufficienti di colpevolezza, in modo legale.
Il primo dei due regolamenti riguarda principi e regole per valutare evidenze nei casi capitali, l’altro dispone dettagliate procedure per escludere evidenze ottenute illegalmente.
Sono stati emessi congiuntamente dalla Corte Suprema, dalla Procura Suprema e dai ministeri di Pubblica sicurezza, sicurezza di Stato e Giustizia, e rappresentano le prime regole specifiche in Cina su raccolta di prove e relativa revisione nei casi penali.
Secondo gli esperti la loro applicazione servirà a ridurre sensibilmente le condanne a morte e le confessioni forzate.
I regolamenti stabiliscono con chiarezza che le prove di origine incerta, le confessioni ottenute per mezzo della tortura o testimonianze ottenute con la violenza e intimidazioni non sono valide, particolarmente nei casi capitali, oltre a fornire la definizione di prova illegale.
Lu Guanglun, giudice della Corte Suprema del Popolo, ha detto che disposizioni del genere non esistono nel Codice di Procedura Penale e nelle sue interpretazioni giuridiche.
“Questa è la prima volta che una legge chiara ed esplicita stabilisce che le prove ottenute con mezzi
illegali è non solo illegittima, ma anche inutile”, osserva Zhao Bingzhi, rettore della facoltà di Diritto dell’Università di Pechino.
“Fino ad ora in molti casi prove raccolte in questo modo erano di fatto considerate valide. Si tratta di un importante passo in avanti, sia per il nostro sistema legale sia per la tutela dei diritti umani. Servirà a ridurre il numero delle esecuzioni”.
Zhao ha detto che le nuove regole aiuteranno a cambiare la mentalità degli operatori giudiziari ed a ridurre le torture negli interrogatori, una delle cause di sentenze sbagliate.
Il tema delle sentenze sbagliate e delle incarcerazioni ingiuste è tornato prepotentemente alla ribalta con il caso di Zhao Zuohai, rimasto in carcere per 11 anni accusato di aver ucciso un uomo che invece lo scorso 30 aprile è tornato improvvisamente a casa. Zhao ha poi raccontato di essere stato torturato in carcere e costretto a confessare un omicidio mai commesso. Tre ex poliziotti sono stati arrestati con l’accusa di aver torturato l’uomo.
“Casi come questo minano seriamente l’immagine del sistema giudiziario e la fiducia del popolo nei confronti del governo” ha detto Bian Jianlin, professore all’Università cinese di Scienze Politiche e Diritto. Nel 2008 la Suprema Corte ha fatto sapere che almeno il 15% delle sentenze di morte pronunciate dai tribunali cinesi nel 2007 si sono poi rivelate infondate.
Questo è quanto rende pubblico la lettera in data odierna dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino”, sui nuovi provvedimenti in Cina a riguardo delle dichiarazioni estorte con la tortura. Ma perché dovremmo prestarvi fede?  La Cina promette sempre passi verso un adeguamento del diritto ai livelli internazionali,  anzi firma una quantità di risoluzioni, compresa quella sul rispetto dei diritti umani, senza poi dare seguito e porre in atto quanto ha firmato.

Maria Vittoria Cattania, 4 giugno 2010

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