Condanna a morte sul Tetto del Mondo

Sul suo blog (www.freetibet.eu) Pietro Verni ha pubblicato un articolo che ci aggiorna sugli ultimi Tibetani condannati da parte del regime di Pechino (tra cui uno alla pena capitale). Come al solito sono uomini e donne colpevoli solo di amare la loro Patria, la loro lingua e la loro cultura. Lo riportiamo qui di seguito, in versione quasi integrale.

Eccolo il volto più autentico della Cina Popolare. Quella Cina che secondo il presidente Napolitano (e anche secondo tanti altri) non sarebbe un pericolo bensì “una sfida e un’opportunità”.
E’ di poche ore fa la notizia che Sonam Tsering, un giovane tibetano che nel 2008 aveva partecipato attivamente alle manifestazioni indipendentiste svoltesi a Lhasa, è stato oggi condannato a morte dalla Corte di Giustizia della capitale della Regione Autonoma del Tibet. (omissis) Con lui sono stati condannati altri sette tibetani accusati di averlo aiutato durante la latitanza. Le pene di questi altri imputati variano da uno a sette anni. Fonti attenbili riferiscono che a Lhasa la tensione è forte e la città è presidiata ancor più del solito dalle pattuglie della Polizia Armata e dell’esercito.
Solo poche settimane fa la cittadina di Rebkong era stata teatro di una grande manifestazione di studenti tibetani che protestavano contro l’eliminazione della lingua tibetana dalle scuole di ogni ordine e grado. L’agitazione si era ben presto estesa ad altre contee raggiungendo il 22 ottobre anche Pechino dove 400 giovani hanno dimostrato a difesa della loro lingua nell’area della Università Minzu, quella dove studiano le minoranze. E se la reazione poliziesca a queste manifestazioni si era limitata ad una brusca opera di intimidazione, molto dura è stata invece la sentenza della Corte di Appello del Popolo di Lhoka che ha condannato due uomini di affari tibetani, Sonam Bhagdro e Tashi Topgyal arrestati nell’estate 2009, rispettivamente a quindici e cinque anni di prigione per “attività politica sovversiva”.

Non penso sia necessario sottolineare quanto sia grave la notizia. Penso che fin da oggi dovrebbe partire una mobilitazione internazionale per salvare la vita di questo ragazzo e mettere sotto accusa un regime che non vede altro modo per risolvere le questioni se non la repressione più spietata e sanguinaria. Visto che  da diverse settimane è in atto una campagna per salvare dal boia uno dei principali collaboratori di Saddam Hussein (“Nessuno Tocchi Tarek Aziz”) si potrebbe chiedere a Pannella e ai radicali di mobilitarsi a maggior ragione per un giovane tibetano colpevole solo di aver manifestato a favore della libertà del suo Paese.

Pietro Verni

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