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Come il regime cinese sta censurando le informazioni online sul Coronavirus

Il Dipartimento di propaganda della provincia dello Hubei, focolaio dell’epidemia di coronavirus, ha assoldato oltre mille e 6 cento ‘piccoli censori’ per rimuovere dal web le informazioni «sensibili» sull’epidemia di Coronavirus, questo è quanto emerge da un documento interno al Dipartimento ottenuto da Epoch Times.

Questo documento, datato 15 febbraio, descrive dettagliatamente le azioni intraprese dal Dipartimento per intensificare la censura. È stato redatto alcuni giorni dopo la diffusione di un comunicato video indirizzato dal leader cinese Xi Jinping ai funzionari che affrontano in prima linea l’epidemia di coronavirus a Wuhan, la capitale dello Hubei.

In effetti era già noto che il regime cinese stesse stringendo le maglie della censura online per contrastare la circolazione delle informazioni sull’epidemia; anche perché in questa circostanza sempre più cittadini cinesi sono ricorsi a Internet per sfogare la propria frustrazione verso la risposta delle autorità [1] all’epidemia, o per documentare quello che sta realmente accadendo sul campo [2].

Sebbene il numero ufficiale dei casi confermati e dei decessi in Cina sia aumentato quotidianamente, gli esperti e i giornalisti ritengono che il numero reale dei contagi sia molto più elevato, principalmente per via della carenza di kit diagnostici e dei limitati posti in ospedale; sono moltissime infatti le persone che pur mostrando i sintomi del virus sono sono rimaste senza una diagnosi confermata.

Un esercito di piccoli censori

Secondo il documento sopracitato, il Dipartimento avrebbe assunto oltre mille e 600 persone allo scopo di regolare incessantemente il dibattito online sull’epidemia, 24 ore su 24. Tramite il monitoraggio tecnologico e manuale, questo piccolo esercito avrebbe identificato ben 606 mila e 800 post online contenenti «informazioni sensibili o pericolose».

Sempre in base al documento interno del Dipartimento di propaganda, il loro approccio è stato quello di «dissipare tempestivamente le voci online» e «sferrare potenti colpi offline». A partire dal 14 febbraio, i censori online hanno cancellato ben 54 mila «dicerie» di questo tipo e hanno fatto si che diversi cosiddetti influencer dei social media pubblicassero quasi 400 articoli di commento in linea con la narrazione del Partito.

La propaganda del regime, si legge nel rapporto, deve promuovere gli effetti positivi delle misure adottate dalle autorità e le «commoventi gesta» dei volontari, degli operatori della comunità e della polizia.

Il documento afferma anche che alcuni «commentatori di internet» professionisti avrebbero postato circa 400 mila commenti volti a «contrastare le opinioni pubbliche negative».

I post in onore del dottor Li Wenliang – morto a causa del virus di cui aveva dato avvisaglia già nel mese di dicembre – sono rapidamente scomparsi da internet nelle ore successive alla notizia della sua morte. Anche «Voglio la libertà di parola», una frase che era divenuta un tormentone sui social media cinesi dopo la morte del dottor Li, è stata rapidamente fatta sparire dalla rete.

Un altro caso esemplare è quello dei due giornalisti indipendenti di Wuhan, Fang Bin e Chen Qiushi, che sono entrambi recentemente scomparsi dopo aver pubblicato continuativamente video online che evidenziavano la gravità dell’epidemia.

A partire dall’11 febbraio, oltre 2 mila e 500 persone hanno firmato una petizione online per esprimere la loro rabbia per la morte di Li, e per criticare la soppressione della libertà di parola da parte del governo. Inutile dire che diversi dei firmatari sono stati in seguito convocati dalla polizia locale, ed almeno uno di loro è stato arrestato.

Inoltre, dal documento risulta che il Dipartimento abbia istituito 11 team per condurre il cosiddetto lavoro di «propaganda di guerra». Questi gruppi comunicano quotidianamente con i funzionari del Dipartimento di Propaganda del governo centrale per «coordinare l’opinione pubblica» in tempo reale su questioni «online e offline», «all’interno del Paese e anche all’estero».

L’allontanamento dei giornalisti stranieri

Secondo le informazioni contenute nel documento trapelato, circa 60 giornalisti di 33 agenzie di stampa straniere sono arrivati a Wuhan dopo lo scoppio dell’epidemia di coronavirus, all’inizio di quest’anno. In seguito, almeno 47 di loro hanno accettato di andarsene grazie alla «comunicazione e alla persuasione» del dipartimento stesso.

Al 14 febbraio rimanevano solo 5 i giornali stranieri con corrispondenti nello Hubei.

Mentre, a partire dal 4 febbraio, il Dipartimento di propaganda cinese ha inviato oltre 300 giornalisti statali nello Hubei, per realizzare una copertura mediatica ‘positiva’.

Per «guidare la stampa straniera a riportare obiettivamente le informazioni sull’epidemia», il Dipartimento ha anche creato una speciale sezione internazionale e ha pubblicato 200 articoli sull’epidemia in sette lingue diverse.

Per dare un’idea di quale sia la situazione basti pensare che il 14 gennaio un gruppo di giornalisti provenienti da Hong Kong sono stati condotti in una stazione di polizia situata all’interno di un ospedale di Wuhan dopo che avevano tentato di intervistare i pazienti, secondo quanto riportato dalla stampa hongkonghese.
La polizia ha perquisito i loro effetti personali e ha chiesto loro di cancellare i video girati nell’ospedale. Alla fine sono stati rilasciati solo dopo un’ora e mezza di interrogatorio.

L’aumento della censura

Il regime cinese considera insomma di vitale importanza il controllo delle informazioni sull’epidemia di coronavirus.

In una riunione del 3 febbraio, il Comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese, il principale organo decisionale del regime, ha chiesto alle autorità di «rafforzare il controllo di internet e della stampa».

In breve tempo la direttiva ha raggiunto anche le autorità locali, che hanno preso misure restrittive nei confronti delle persone che «spargono voci» sull’epidemia tramite internet.
Al contempo la stampa statale cinese ha messo in guardia la popolazione dal «diffondere false informazioni» sul coronavirus, al fine di non violare il diritto penale cinese. La legge stabilisce infatti che chiunque venga scoperto colpevole di aver fabbricato e diffuso false informazioni su epidemie, disastri o sulle attività della polizia, può essere condannato dai tre ai sette anni di prigione.

L’associazione per i diritti umani Chinese Human Rights Defenders, con sede a Washignton, ha documentato 254 arresti, tra il 22 e il 28 gennaio, in cui cittadini cinesi sono stati puniti per aver «diffuso voci» relative al virus. Le punizioni comprendevano multe, avvertimenti verbali e confessioni forzate.

Il sito web statunitense China Digital Times ha pubblicato invece un elenco di 167 persone punite per aver diffuso voci; nella maggior parte dei casi il loro «crimine» consisteva nell’aver pubblicato post sui casi di infezione confermati o sospetti nella propria città o nel proprio quartiere. Alcuni includevano anche il numero di morti.

Per esempio, un uomo di Baoding City, nella provincia di Hebei, ha scritto sul suo blog: «Credo veramente che le autorità non abbiano rivelato il vero numero di pazienti infetti. Ho sentito che in un villaggio a circa 20 chilometri dal nostro, il 26 gennaio c’erano sei casi confermati. Tutti sono stati trasferiti in ospedale per essere messi in quarantena. Ma non ho visto alcun rapporto ufficiale che includesse questi sei casi».

Per questo post l’uomo ha trascorso cinque giorni in detenzione amministrativa. La detenzione amministrativa si riferisce all’arresto e alla detenzione di un individuo senza un regolare processo.

Fonte: Epoch Times Italia, 21/02/2020 [3]

Articolo in inglese:

Exclusive: Chinese Regime Deploys 1,600 Online Trolls to Suppress Information on Coronavirus [4]