Clima: Usa e Cina litigano ancora, ma ci sono alcuni passi avanti

Tutto già visto lo scorso anno a Copenaghen e in estate a Bonn. A Tianjin, nell’ultimo incontro prima del vertice Cop 16 di Cancun, Cina e Stati Uniti si sono di nuovo rimpallati la responsabilità dello stallo in cui si trovano i negoziati sul clima, facendo seriamente dubitare che al prossimo vertice messicano (29 novembre-10 dicembre)  si possa arrivare a un accordo serio sul riscaldamento globale. Ma, nonostante le polemiche, qualcosa sembre muoversi e, per lo meno, il vertice di Cancun non sembra già destinato al fallimento prima di iniziare.

RISULTATI – «I colloqui di Tianjin ci hanno riavvicinato su una serie di decisioni che potrebbero essere oggetto di accordo a Cancun», ha dichiarato Christiana Figueres, segretario generale della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc). I delegati dei 177 Paesi e organizzazioni non sono riusciti a trovare un accordo sull’allocazione del primo fondo di partenza (30 miliardi di dollari) per aiutare i Paesi in via di sviluppo, decisione che, secondo Figueres, sarà raggiunta in Messico. Passi avanti, invece, nell’accordo sull’approvazione di un fondo a lungo termine per affrontare i cambiamenti climatici, i cui dettagli saranno discussi a Cancun. Tra i fattori positivi il fatto che tutti i Paesi non sono tornati indietro su posizioni precedenti al vertice di Copenaghen, come invece accaduto ai colloqui di Bonn. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno parlato di «progressi limitati» al vertice cinese e sperano in un risultato migliore in Messico. L’Ue, in particolare, è rimasta delusa sulla trasparenza e le promesse di riduzioni.

ACCUSE – Il negoziatore americano, Jonathan Pershing, pur riconoscendo gli sforzi cinesi su programmi di energia rinnovabile e nuove infrastrutture, si è detto «deluso» dai colloqui di Tianjin e «preoccupato» per il Cop 16, accusando Pechino per lo stallo. «Non vi è soluzione al problema, a meno che non la troviamo assieme e sembra che, finora, gli interessi dei due Paesi non coincidano». Di parere opposto il principale negoziatore cinese, Su Wei: «Non è giusto criticare gli altri se non si è fatto nulla. La Cina esercita un controllo nazionale sui suoi impegni». Che la Cina stia facendo qualcosa e stia ottenendo alcuni risultati lo conferma uno studio durato sei anni delle università di Harvard e di Pechino in una zona intorno alla capitale. Poi Su Wei, con una metafora tutta cinese, ha paragonato gli Stati Uniti a un «maiale che si guarda alla specchio». Ma in realtà a Tianjin si sono ottenuti pochi risultati, facendo emergere ancora le forti divisioni fra nazioni ricche e povere sulle responsabilità per il taglio delle emissioni.

OBIETTIVI – Pechino si è fissata un obiettivo di riduzione delle emissioni fra il 40% e il 45% in rapporto al Pil tra il 2005 e il 2020, ma insiste nell’affermare che tocca ai Paesi sviluppati assumersi la responsabilità di massicce riduzioni delle emissioni di gas inquinanti nell’atmosfera. In questo modo la Cina, che si considera un Paese in via di sviluppo anche se è diventata la principale consumatrice di energia al mondo, di fatto blocca qualsiasi accordo. Il presidente Barack Obama si è impegnato a ridurre le emissioni del 17% entro il 2020, rispetto al loro livello del 2005. Ma il Congresso Usa non ha ancora approvato una legge contro il riscaldamento climatico.

Fonte: Il Corriere della sera.it, 11 ottobre 2010

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