Civitavecchia al top dell’import cinese, trovati 15mila capi con pelli di procione

I giubbotti individuati al porto dall’Ufficio Dogane e dal CfS, servizio Cites, avrebbero fruttato fino a 800mila euro. La legge vieta l’ingresso in Italia e in Europa delle pelli di alcuni animali anche se non sono a rischio estinzione. Pechino non offre garanzie sulla qualità degli allevamenti e sulle modalità dell’uccisione degli animali. Scarse anche le informazioni sui materiali usati per la concia.

Quindicimila giubbotti con colli e altre parti guarnite con pelli di procione, importati illegalmente dalla Cina. I capi sono stati sequestrati nel porto di Civitavecchia dall’Ufficio delle Dogane e dal Corpo forestale dello Stato: gli indumenti, una volta immessi sul mercato, avrebbero fruttato fino a 800mila euro. L’operazione, denominata “Rascal”, è stata condotta dalla Sezione investigativa Cites di Roma e dal Nucleo Operativo Cites di Fiumicino del Corpo forestale, in collaborazione con l’Area Verifiche e Controlli Antifrode della Direzione Regionale per il Lazio e l’Umbria e l’Ufficio delle Dogane di Civitavecchia. “E’ l’ennesima conferma che il porto laziale ormai è il canale privilegiato per l’import delle merci dai Paesi asiatici e in particolare dalla Cina”, spiega il soprintendente Marco Fiori del Corpo Forestale dello Stato e responsabile delle investigazioni del servizio Cites (ovvero la Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora, cioè la Convenzione di Washington sul commercio  internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione). I giubbotti viaggiavano all’interno di un container sulla nave “Malaga” proveniente dal porto di Shanghai. L’imbarcazione in precedenza aveva fatto scalo nel porto di Gioia Tauro: la destinazione finale dei giubbotti erano Prato e, per la commercializzazione, Roma: “Sarebbero stati immaganizzati in qualche capannone sulla Tiburtina – spiega Fiori – poi sarebbero stati commercializzati nei negozi gesrtiti dai cinesi, in particolare all’Esquilino”. “E’ sicuramente da sottolineare – aggiunge Fiori – che il porto di Civitavecchia ormai ha anche superato Napoli per l’import di merci cinesi. Inoltre, non essendo un porto controllato dalla Cites, è più frequente la possibilità che venga utilizzato per l’introduzione illegale di flora e fauna, oltre che per altre merci illegaliEd è da Civitavecchia che passano le merci non in regola. Altrimenti, i prodotti con  certificazione a norma, transitano per Fiumicino, Ciampino e Napoli”. Sui capi sequestrati saranno effettuate analisi mirate ad accertare se siano stati trattati con sostanze nocive per la salute o comunque non autorizzate dalle norme sanitarie comunitarie. “I procioni non sono animali protetti come leoni, tigri o alcune specie di coccodrilli – chiarisce il soprintendente – ma il decreto legislativo 275 del del 2001, all’articolo 5, fa riferimento ad una legge comunitaria che vieta espressamente l’importazione delle pelli di alcuni animali pelli dalla Cina, tra queste ci sono proprio i procioni”. Come accaduto già in passato in analoghe operazioni, i giubbotti non erano accompagnati dalla documentazione di origine necessaria a comprovarne la provenienza legale e, soprattutto, a garantire che gli animali vengano allevati in condizioni ottimali, quindi senza maltrattatamenti o sevizie, e non provengano da uccisioni illegali. Punti, questi, sui quali la Cina non offre garanzie, da qui il divieto di importazione. Le sanzioni di legge per il commercio del “Procyon lotor” sono l’arresto fino ad un anno e l’ammenda da 10 a 100mila euro. Il procione è originario del Nord America: reintrodotto nei secoli in Europa, vive nei boschi della Germania e della Francia e viene massicciamente utilizzato in Oriente per la sua pregiata pelliccia. Il traffico di esemplari di specie protette destinati all’industria mondiale della moda fa registrare, ormai da qualche tempo, una netta crescita.

Fonte: La Repubblica Roma, 17 agosto 2010

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