Città o campagne? Come cambia la Cina di fronte alla crisi economica

La riunione dell’Assemblea Nazionale del Popolo cinese, che si è tenuta a Pechino nei giorni scorsi, è ogni anno l’occasione per il PCC di fare un bilancio sui risultati ottenuti e annunciare i prossimi obiettivi del governo della Repubblica popolare. Nel discorso di apertura tenuto davanti ai 2978 delegati provenienti da tutta la Cina, il premier Wen Jiabao ha celebrato la straordinaria performance cinese di fronte alla crisi globale: ”Il 2009 è stato l’anno più difficile dall’inizio del nuovo secolo, l’economia cinese ha subito l’impatto della crisi finanziaria internazionale, ma è comunque riuscita a mantenere la propria crescita all’8%.”

Dopo l’autocelebrazione arriva l’autocritica: il premier ha ammesso che questo risultato è stato raggiunto grazie al forte intervento dello Stato,  che ha emesso crediti in ingenti quantità e ha abbattuto il tasso di interesse per incentivare gli investimenti.  “La spinta interna alla crescita economica”, ha aggiunto, “è ancora insufficiente”. Malgrado i risultati apparentemente soddisfacenti del 2009, la crisi ha messo in luce le inefficienze del modello economico cinese, basato sulle esportazioni. La crescita attuale dovrà rallentare, e sono gli stessi leader cinesi a dirlo. Per evitare un crollo dell’occupazione, si sono sovvenzionate le esportazioni, attraverso una massiccia immissione di crediti che, oltre ad essere insostenibile a lungo termine, rischia di creare forti spinte inflazionistiche.

Dopo l’impatto della crisi, e a due anni dal prossimo Congresso del partito, il governo cinese sembra più risoluto ad accelerare la transizione, a lungo dibattuta, verso un modello economico più sostenibile nel lungo periodo. Lo sviluppo economico cinese, negli anni a venire, dovrà poggiarsi su una crescita dei consumi interni e dovrà assicurare una distribuzione più equa della ricchezza. Per realizzare questo cambiamento, il governo dovrà affrontare i più grandi nemici della crescita cinese: la corruzione e l’eccessivo rialzo dei prezzi immobiliari, due mali che verranno “combattuti risolutamente”.

Gli obiettivi per il 2010 enunciati da Wen sono il mantenimento della crescita del PIL intorno al 8%, la creazione di 9 milioni di posti di lavoro nelle aree urbane, per limitare il tasso di disoccupazione entro il tetto massimo del 4.6% e il contenimento dell’inflazione entro il 3%. Il governo cinese ha inoltre deciso una serie di misure volte a raggiungere l’obiettivo che è al primo posto dell’agenda del presidente Hu già da diversi anni: equalizzare la crescita economica dell’interno rurale a quella delle aree costiere, che hanno conosciuto una forte industrializzazione sotto il governo di Deng Xiaoping.  Malgrado un aumento del 8.% nel 2009, i redditi nelle aree rurali sono ancora troppo lontani da quelli delle aree urbane: si parla di 515 euro annui nel primo caso a fronte dei  1715 euro per i secondi.

Wen Jiabao ha affermato che “il governo darà la priorità ai problemi relativi all’agricoltura, alle zone rurali e agli agricoltori”, annunciando un aumento del 8.8% della spesa sociale per le fasce più deboli e del 12% della spesa per il settore rurale. Un altro passo a favore delle zone rurali, sarà la riforma elettorale dell’Assemblea che garantirà pari rappresentanza alle campagne e alle città. Verrà eliminata la regola del “4 a 1” attualmente in vigore che assicura, a parità di popolazione, l’elezione di 4 deputati per le città e 1 per le campagne. Questa regola, inserita nel 1953, quando la popolazione urbana rappresentava solo il 13% del totale, per riequilibrare il sistema a favore delle zone urbane, non ha più ragione di esistere a fronte dell’enorme urbanizzazione degli ultimi anni.

Ma i buoni propositi espressi durante l’Assemblea annuale, rischiano, ancora una volta, di rimanere tali. Da quando è alla guida del partito, il presidente Hu ha fatto della ridistribuzione della ricchezza volta alla creazione di una “società armoniosa” l’obiettivo primario delle sue politiche. La resistenza dei governi locali ha fino ad oggi bloccato le iniziative in questa direzione. I governi locali, spesso in armonia con gli interessi delle élites economiche, più interessati alla crescita immediata che allo sviluppo sostenibile, eludono gli inviti del governo centrale a ridurre la crescita sfrenata e a limitare il rialzo dei prezzi immobiliari. Per i governatori locali, titolari del diritto di sfruttamento della terra “in nome del popolo”, la vendita dei diritti fondiari agli speculatori immobiliari costituisce la principale fonte di entrate.

Alla resistenza da parte dei governi locali, si aggiunge la differenza di vedute all’interno del partito, tra quelli come Hu e Wen che vedono nella ridistribuzione della ricchezza e nello sviluppo delle aree rurali un obiettivo prioritario e quelli convinti che una forte economia costiera sia l’unica in grado di assicurare i benefici più immediati, a loro e alla Cina. Ho e Jintao hanno solo due anni per mettere in pratica le loro prerogative. Nel 2012, nel corso del XIII Congresso del Partito, il loro mandato giungerà a termine e coloro che succederanno potrebbero avere programmi diversi per la Repubblica popolare. Questa è l’ipotesi avanzata da diversi osservatori, tra cui il gruppo di intelligence americano Stratfor che, in un interessante rapporto intitolato “China’s challenge”, mettono in evidenza gli scenari possibili nella Cina che verrà, che dovrà scegliere tra la sopravvivenza immediata dell’economia e lo sviluppo sostenibile su lungo termine.
Xi Jinping, attuale vice presidente e, salvo imprevisti, futuro successore di Hu, è un sostenitore del liberismo spinto ed erede delle teorie di Deng e Zemin, secondo cui è lo sviluppo urbano che deve trainare il paese. E non potrebbe essere altrimenti, dato che suo padre, Xi Zhongxun, già vice-premier, fu uno dei fautori della teoria delle zone economiche speciali che hanno permesso, sotto la presidenza di Deng Xiaoping, lo sviluppo delle coste cinesi.

Fonte: Il Legno Storto, 15 marzo 2010

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