Ciò che il mondo non vuole vedere

La settimana scorsa, a Shigatse, in Tibet, 30 contadini sono arrestati perchè protestano contro l’estrazione mineraria di una compagnia cinese che compromette le falde acquifere e impedisce i pascoli. Nel paese, che è sotto il gioco comunista dal 1950, la repressione e lo sfruttamento economico e ambientale continuano. Nel 2008 i tibetani, esasperati dai continui soprusi, sono insorti con una serie di manifestazioni spontanee in tutto il Paese. I cinesi hanno risposto con brutalità: i morti sono centinaia e, a tutt’oggi, non si hanno notizie per quanto riguarda 1000 arrestati. Nell’ottobre del 2009 il giovane Lobsabg Gyaltsen è condannato a morte. A dicembre il monaco Phurbu Tsering riceve una condanna di 8 anni di reclusione. Al regista Dhondup Wangchen e all’ambientalista Karma Samdrup sono inflitte pene, rispettivamente, di 6 e 15 anni. A marzo sono stati arrestati più di 400 tibetani in occasione dell’anniversario della rivolta del ‘59. A maggio il 23nne Sonam Tsering viene condannato a morte. Il 26.6 cade il 13mo anniversario del giorno internazionale contro la Tortura sancito dall’ONU ed i tibetani commemorano questa data in solidarietà con i loro fratelli detenuti nei laogai, dove viene praticata la tortura. In occasione del G20 vari gruppi pro-Tibet e 130 deputati eletti in 30 Parlamenti nel mondo scrivono al Premier canadese per chiedere che i leader mondiali convincano la Cina a riaprire il dialogo con il Dalai Lama. Ebbene, gli interessi economici hanno di nuovo il sopravvento e i grandi media continuano a alimentare ammirazione per la Cina dove una dittatura miete ancora vittime. Perchè il Tibet non può essere libero? A metà degli anni ‘80 del secolo scorso nessuno immaginava la fine dell’URSS. Malgrado 50 anni di oppressione comunista, di persecuzioni, con centinaia di migliaia di lituani spariti nell’inferno dei gulag e nonostante il tradimento dell’Occidente, la Lituania vive oggi in libertà, parla la propria lingua e sventola le sue bandiere. Ho conosciuto molti esuli tibetani e ascoltando le storie dei loro martiri, ho ricordato una scritta che lessi, nell’ agosto del 1991, sui blocchi di cemento che difendevano il parlamento lituano dai carri sovietici. Vi era scritto “Zusim Kad Gyventume” ossia “noi muoriamo affinchè il nostro popolo possa vivere”. Questo è lo stesso messaggio dei martiri tibetani, un monito che deve risvegliare la nostra coscienza, un interlocutore al quale non possiamo facilmente sfuggire.

E-Polis: Ciò che il mondo non vuole vedere

Toni Brandi, 7 luglio 2010

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