Cinquantesimo

di Enzo Reale

Il cordone sanitario eretto dai cinesi attorno al Tibet in occasione del cinquantesimo anniversario della rivolta repressa nel sangue, non fa altro che ricordare che forse sotto assedio non sono solo i tibetani ma gli stessi gerarchi di Pechino. O almeno dev’essere questa la sensazione che provano all’interno delle segrete stanze del Partito, se è vero che da mesi fioccano gli allarmi e i comunicati interni per prepararsi alle molte date sensibili (e quindi a rischio per il regime) che questo 2009 presenta. Ad assediare il Tibet sono ancora una volta i reparti di polizia, gli squadroni dell’esercito e i paramilitari mandati a controllare che l’ambiente non si scaldi, in occasione della ricorrenza degli eventi che portarono, tra l’altro, all’esilio mai interrotto del Dalai Lama. Non solo nella regione autonoma ma anche nelle province confinanti, la presenza dei reparti speciali e delle forze di sicurezza è stata sensibilmente incrementata. “Tutto deve rimanere tranquillo, è fondamentale che non ci siano imprevisti”, ha ordinato il governatore del Tibet, il prefetto della dittatura nella provincia “ribelle”. Sarà per questo che i servizi di telefonia mobile e le connessioni ad Internet sono stati sospesi per manutenzione fino a data da destinarsi e anche le restrizioni per i turisti e la stampa straniera sono tornate ai massimi livelli. Ma la settimana del 10 marzo potrebbe non essere stata la più complicata per i detentori del potere autoritario. Infatti la Cina ha pensato bene di istituire la Festa dell’Emancipazione per il 28 di questo mese, intendendo con essa celebrare quella che il regime definisce la “liberazione del territorio tibetano dal feudalesimo e dalla schiavitù”. Una beffa atroce che si aggiunge al danno dell’oppressione, un vero e proprio insulto gridato sui volti di milioni di cittadini le cui vite, secondo le parole del Dalai Lama, sono state in questi decenni “come un inferno sulla terra”. Insolitamente dure le affermazioni della guida spirituale e politica del buddhismo tibetano,  pronunciate in televisione dall’esilio di Dharamsala: “la violenza è stata continua, un vero e proprio tentativo di annullamento etnico e culturale. Il popolo tibetano si avvia all’estinzione”.
Sulle responsabilità della Via di Mezzo di Tentsin Gyatso in questo stallo permanente nei rapporti tra dominante e dominato occorrerà ritornare. Più interessante per adesso è notare come l’assemblea dei 500, una riunione in cui i tibetani dell’esilio hanno discusso alla fine dello scorso anno la strategia e gli obiettivi della lotta, abbia forse esercitato una qualche influenza sulle parole e le intenzioni dello stesso Dalai Lama, che sembra essersi accorto del malumore serpeggiante soprattutto tra le giovani generazioni, meno inclini ad accettare passivamente la sottomissione e la strategia di soffocamento dei tibetani da parte di Pechino. Resta il fatto che un sostituto al Dalai Lama al momento non c’è e che lui resta la guida spirituale per eccellenza che nessuno osa davvero mettere in discussione. Però,  proprio mentre periodicamente l’attenzione internazionale torna a posizionarsi sul Tibet per poi ritirarsi in altre faccende affaccendata, la stretta di Pechino dimostra forse meglio di qualsiasi altro elemento la precarietà della situazione e la sensazione che per il potere centrale sia ogni volta più difficile mantenere il controllo del territorio. Si pensi solo alla propaganda di regime.
Negli ultimi anni le tecniche di manipolazione di massa si sono fatte più sofisticate, meno dirette, più subdole, meno grezze. Nel caso del Tibet questo discorso non vale. Basta leggere i comunicati dell’agenzia ufficiale Xinhua per rendersi conto che nel linguaggio e nei concetti utilizzati ben poco è cambiato rispetto agli anni della conquista e dell’imposizione del gioco comunista. Recitava ad esempio un dispaccio d’agenzia dell’11 marzo: “Il popolo tibetano e la polizia armata che staziona nella regione mantengono relazioni armoniose. La polizia armata implementa onestamente le politiche etniche e religiose nel paese. Ama la gente del Tibet e contribuisce alla stabilità e allo sviluppo della regione e i residenti dimostrano sincero supporto per la polizia”. Oppure: “La citta santa di Lhasa è tranquilla e pacifica oggi, 50 anni dopo la riforma democratica del Tibet e la fuga del 14th Dalai Lama dalla sua terra. La vita dei tibetani scorre come sempre, nonostante la presenza ravvicinata dei reporters stranieri, numerosi in questa data. Manifesti rossi affissi sui muri lungo le strade, testimoniano un caloroso benvenuto alla decisione di istituire il Giorno dell’Emancipazione”. Questo linguaggio da cinegiornale di epoca maoista dice molto di più di quel che vorrebbe. Perfino nella Cina della censura e dell’informazione di regime, la propaganda sul Tibet e dentro il Tibet spicca per la sua assoluta mancanza di limite, per l’assenza di senso della misura. Come ogni esercizio di prevaricazione intellettuale portato all’estremo sfiorerebbe il ridicolo se non fosse il sintomo di una tragedia in atto.

Enzo Reale

1972

asiaedintorni.blogosfere.it

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