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Cinesi padroni dell’Angola La Coppa d’Africa s’adegua

I cinesi sono i padroni silenziosi dell’Angola: costruiscono strade, ferrovie, alberghi, stadi. La loro presenza è discreta: li incontri negli stadi – i 4 impianti della Coppa d’Africa sono stati realizzati da imprese cinesi – con il caschetto da lavoro in testa.

Li intravedi dove stanno ultimando strade e ferrovie, come quella che collegherà l’Angola a Namibia e Congo. Qualcuno sciama persino dalle parti del campus di Luanda dove vivono i giornalisti. Ma poi, all’improvviso, scompaiano. Non si sa quanti siano, dove vivano e che cosa facciano. Non si mischiano alla popolazione: angolani da un parte, cinesi dall’altra.

L’Angola si è consegnata ai cinesi quasi per forza. Quando finì la guerra civile, nel 2002, che chiuse 27 anni di contesa tra il Mpla (Movimento popolare di liberazione Angola) e Unita (Unione nazionale per l’indipendenza totale Angola), lo scenario politico internazionale era ben delineato. Gli Stati Uniti pensavano al terrorismo. Il blocco sovietico non esisteva più. Cuba, che pure aveva aiutato il Mpla con l’invio di migliaia di uomini tra soldati e cervelli, era in profonda crisi. L’Angola, ricchissima di petrolio, non faceva parte dell’Opec (Organizzazione paesi esportatori petrolio). L’unica potenza che decise di aiutare gli angolani fu la Cina. Il governo di Pechino aveva capito che poteva assicurarsi il controllo di una fetta consistente di olio nero. Nacquero così una serie di accordi economici tra i due Paesi: petrolio in cambio della realizzazione di infrastrutture in un Paese distrutto dopo 27 anni di guerra. La Cina ha preso alla lettera l’impegno, ma dalla madrepatria ha portato non solo i cervelli e macchine, ma anche la manodopera. L’Angola si ritrova oggi con una serie di strutture che hanno avviato la rinascita, ma il popolo, inteso come manopera, non è stato coinvolto. Un handicap pesante, per uno Stato con milioni di persone senza lavoro, costrette a sopravvivere con meno di due dollari al giorno. I cinesi invece hanno sfruttato al meglio le loro braccia. Hanno svuotato le carceri, trasportando migliaia di detenuti. Hanno offerto loro uno stipendio mensile di 100 dollari e un alloggio in condizioni spesso disumane. Prendere o lasciare: l’Angola o il carcere. Prendere: e affare fatto.

La presenza cinese è persino nella cartellonistica. Attraversi Lobito, città a 20 km da Benguela, 600 km a Sud di Luanda, e l’ingresso di grandi depositi o magazzini è sormontato da scritte con l’alfabeto cinese. I figli di zio Mao comandano persino negli stadi. A Luanda, qualche ora dopo la partita Malawi-Algeria, nel centro stampa dove lavorano i media di tutto il mondo, si è presentato un gentile rappresentante del comitato organizzatore locale per dire “mi dispiace, ma il responsabile cinese ha detto che tra qualche minuto stacca la luce”. Il responsabile cinese ha poi concesso straordinariamente qualche minuto in più, ma nel futuro, ha garantito, sarà inflessibile: si chiude tre ore dopo la partita. Non si discute. Comandano i cinesi.

Fonte: La Gazzetta dello Sport, 13 gennaio 2010