Cina/Italia: Forchielli (Mandarin Capital), siamo ‘’cavallo di Troia’’ per conquistare Europa

Roma, 15 set. – “L’obiettivo dei cinesi è infiltrarsi nel blocco dei paesi occidentali, puntando a rendere più autonoma l’Europa dal Nord America. E naturalmente cominciano dai Paesi più deboli, come l’Italia, in cui è più facile entrare e conquistare spazi di manovra interessanti”.

Alberto Forchielli, 58 anni, fondatore e amministratore delegato del Mandarin capital partners, il fondo di private equity più grande tra quelli specializzati sull’asse Europa-Cina, commenta così gli investimenti cinesi in Italia, che negli ultimi mesi si stanno moltiplicando.

Prima l’entrata di Shangai electric, leader mondiale nella produzione di macchinari per la generazione di energia e attrezzature meccaniche, nel capitale dell’Ansaldo energia con l’acquisto del 40 per cento e l’alleanza con il Fondo strategico italiano, della Cassa depositi e prestiti. Poi l’uscita allo scoperto della People’s Bank of China, la banca centrale cinese, che ha superato la soglia del 2 per cento in sei società italiane quotate, dalle Generali all’Eni, da Telecom all’Enel, da Prysmian a Fiat e così via. In terza battuta l’acquisto del 35 per cento di Cdp reti, a cui fanno capo le reti di Terna (per il trasporto di energia elettrica) e di Snam (gas), al colosso delle utility cinesi, la State grid corporation of China, che ha investito oltre 2,1 miliardi di euro. E altre operazioni che si stanno delineando, come l’entrata in Ansaldo Breda (treni) e Ansaldo Sts (sistemi di segnalamento ferroviario), per le quali ha fatto una offerta elevata la cordata cinese formata dalla China Cnr corporation, leader mondiale nella costruzione di locomotive, e Insigma group, attiva nei sistemi di segnalamento.

In pochi mesi la campagna acquisti è stata impressionante. Come si sta muovendo Pechino?

Per ogni Paese europeo c’è un pacco dono. La City londinese viene premiata facendone la capitale internazionale del renminbi off-shore, la valuta cinese. Ai tedeschi vengono offerte prospettive interessanti nel grande mercato dell’auto in Cina e nei flussi commerciali. In Francia Pechino è entrata in Peugeot, che sta soffrendo, e compra centrali nucleari. Ai greci hanno comprato il porto del Pireo, che diventerà la porta d’entrata delle merci cinesi in Europa. Insomma, gli investimenti si stanno moltiplicando. Sono confezionati con la carta scintillante dei pacchi regali mentre sono tutti, piccoli o grandi, cavallini di Troia per l’espansionismo in Europa, che sta seguendo alla conquista dell’Africa.

Non è esagerato parlare di conquista?

In effetti, l’operazione è ancora in corso. E come finirà dipende molto dalla capacità degli europei di fornire alternative. In pochi anni i cinesi hanno costruito posizioni di forza e un controllo totale degli snodi strategici come delle materie prime. Non solo. Esportano anche persone. Oggi, in Africa, lavorano almeno 1 milione di cinesi. Adesso, dopo l’Africa, è arrivato il momento dell’Europa e, in particolare, dell’Italia.

Perché proprio adesso?

I prezzi sono bassi in quanto lo Stato italiano deve svendere. Buon per loro. Perché stupirsene? D’altra parte hanno soldi in gran quantità e in Paesi come gli Stati Uniti, ma anche in Germania, tranne eccezioni, non riescono a comprare nulla.

Ci sono altri motivi?

I cinesi avvertono che l’opinione pubblica italiana è in buona parte ostile e cercano di migliorare la loro immagine. Dai sondaggi del Pew research center (centro di ricerche indipendente di Washington, ndr), che tra le tante statistiche fotografa anche l’opinione dei cittadini europei sulla Cina, si vede chiaramente che in Italia hanno una popolarità in caduta libera, di gran lunga il dato peggiore tra i principali Paesi europei. L’ultimo, quello del luglio scorso, lo conferma in misura netta, con il 75 per cento dell’opinione pubblica italiana che li giudica negativamente. In tutta Europa, del resto, il tasso di entusiasmo verso la Cina si è molto ridotto. La sua immagine è molto meno positiva rispetto a qualche anno fa.

Come mai?

Per un insieme di fattori. Tra i Paesi industrializzati l’Italia è forse la più colpita dalla concorrenza cinese, molto competitiva anche perché non rispetta le regole. Poi, ormai, è evidente che non sono partner affidabili. Lavorando con i cinesi si fa presto a finire nei guai. Loro sono consapevoli dell’impopolarità e stanno tentando una offensiva d’immagine su larga scala. Anche in preparazione della visita in Italia del primo ministro cinese, Li Keqiang, prevista per metà ottobre.

In Italia continueranno a comprare?

Se avremo ancora qualcosa di buona da vendere, certamente si.

Il merito è anche del premier, Matteo Renzi, e del suo viaggio a Pechino, nel giugno scorso?

Solo parzialmente. Diciamo che fa parte del mix. Ha dato quel minimo di fiducia che è necessaria per attrarre investimenti in Italia. Non credo che li avrebbero fatti con il governo Berlusconi.

Perché?

Non era amato.

Molto amato, invece, è Romano Prodi…

Sì, raccoglie quanto ha seminato in 30 anni di frequentazioni. Ma per i cinesi, purtroppo, gli amici veri non esistono. Tutto è strumentale.

Pechino conquisterà l’Italia?

Dipende soltanto da noi. Certo dobbiamo farci furbi.

Come?

Primo. L’Italia ha un deficit commerciale con la Cina all’anno di 15 miliardi di euro, che impiega parte di quei soldi acquistando aziende italiane. Così non può funzionare perché gli svendiamo pezzi della nostra economia per saldare debiti. Dobbiamo essere messi nelle condizioni di esportare di più in Cina. Secondo. Va creato una unità pubblica per il monitoraggio e la protezione delle piccole e medie imprese italiane che in Cina hanno subito e stanno subendo soprusi di ogni genere. Terzo. La Guardia di finanza deve tenere sotto controllo gli investimenti cinesi in Italia con metodologie e strumenti nuovi. Quarto. Occorre creare un comitato che, sul modello canadese, esamini ogni operazione per verificare se minaccia la sicurezza e i vantaggi economici reali.

La novità, a livello internazionale, sono i rapporti eccellenti tra Cina e Russia. Cosa è cambiato?

Sono il frutto di un errore degli americani che, seguiti dagli europei, hanno spinto Vladimir Putin nelle braccia della Cina. Un errore grave e, nel breve, irrimediabile. Non credo però che russi e cinesi, nel medio e lungo termine, possano andare d’accordo. E’ solo questione di tempo.

di Fabio Tamburini,Il Ghirlandaio,15/09/2014

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