Cina: “Uomini o Topi”

La “TRIBU’ DEI TOPI”: così vengono chiamati in città in modo sprezzante gli oltre 600.000 lavoratori che vivono nel sottosuolo. Sono operai, cuochi, parrucchieri, camerieri, che sostengono il settore dei servizi di Pechino senza però riuscire mai a sbarcare il lunario.

Dieci, alle volte anche dodici ore di lavoro continuo remunerate pochissimo, tanto da costringerli al confine della clandestinità.

Con la bolla speculativa immobiliare i prezzi delle abitazioni si sono impennati vertiginosamente e un terzo della popolazione è composto da “low-wage workers”.


Di questi una considerevole minoranza della capitale cinese abita “sottoterra”. E ha dovuto abituarsi all’idea di sentire come propria “casa” un fazzoletto di cemento ammuffito ricavato tra i rifugi antiaerei, costruiti negli anni Sessanta e Settanta, e nei circa 6 mila tra rifugi antiaerei e cantine che formano il mondo sotterraneo di Pechino.

In pochi sanno che un terzo del sottosuolo di Pechino è composto dalle “case” delle rat tribes.

I “topi di Pechino” pagano affitti mensili oscillanti dai 300 a 700 yuan (da 50 a 110 dollari) per le camere partizionate di sette o otto metri quadrati. A volte, se lo spazio è più ampio, vi è l’aggiunta fortunata di un armadio, oltre al solo letto singolo. Spesso cinquanta e anche cento abitanti condividono un unico bagno.

Lungo le pareti delle gallerie sono stati posti alcuni cartelli segnaletici per ammonire i sotto-abitanti di stare attenti alle coperte elettriche e all’utilizzo del gas. La probabilità di rischio per avvelenamenti, intossicazioni dell’aria e incendi è altissima, e la città nascosta sotterranea è una trappola mortale.

Dal 2004 il regime di accesso e affitto dei sotterranei è stato liberalizzato per agevolare la locazione dei milioni di migranti rurali giunti dalle remote province cinesi.

Nella foto le condizioni in cui “vivono” migliaia di persone.

LRF, 29/05/2013

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