Cina, una speranza che dura un giorno

Mercoledì scorso i mercati hanno ricevuto due notizie importanti. La prima, fortemente negativa, era fornita dalla pubblicazione del Beige Book, il rapporto della Federal Reserve sull’economia degli Stati Uniti. La seconda veniva invece da Pechino ed era giudicata molto positiva: l’ex capo dell’ufficio statistico della Repubblica Popolare aveva dichiarato che il giorno seguente il Primo ministro Wen Jabao nel suo discorso ai delegati dell’Assemblea Nazionale del Popolo, avrebbe annunciato misure di stimolo all’economia. I mercati, alla ricerca disperata di spunti sui quali impostare una manovra rialzista, decidevano di ignorare il quadro oscurissimo che dell’economia Usa aveva dipinto con molti sgradevoli dettagli la Fed. Sceglievano invece di farsi stimolare dalle notizie provenienti da Pechino. Dalla Borsa cinese un deciso rialzo si comunicava alle altre Borse asiatiche e poi a quelle occidentali e ai principali mercati delle materie prime. Il prezzo del petrolio faceva un salto in alto del dieci per cento. Persino il Baltic exchange, sul quale si quotano i noli marittimi, si muoveva al rialzo, cercando di reagire ad un calo degli stessi noli che nell’ultimo anno aveva toccato punte del 90%. Il giorno dopo Wen Jabao ha parlato. Ha effettivamente detto cose importanti. Assicurando anzitutto che il tasso di crescita dell’economia cinese sarà del nove per cento nel 2009, ha affermato che il governo cinese stimolerà sia i consumi privati che gli investimenti in infrastrutture e dedicherà risorse ad una ristrutturazione migliorativa del Welfare State del suo immenso paese, ridotto ormai a ben poca cosa persino rispetto ai tempi, ben più poveri per la Cina, del presidente Maozedong.
I tremila delegati hanno applaudito, come è loro costume, il discorso del capo. Ma i commentatori non sono riusciti a distillare dalle sue parole un messaggio quantitativamente affidabile. Le misure del governo erano descritte in dettaglio, ma non si capiva se esse fossero aggiuntive rispetto a quelle, del tutto simili, annunciate nel pacchetto di quattro miliardi di Yuan lo scorso novembre. Altri osservatori, come il delegato di JP Morgan a Shanghai, ritenevano che Wen desse solo i dettagli del piano già esistente. I mercati asiatici, i soli a dover reagire in tempo reale all’annuncio del premier, decidevano di rinnovargli la fiducia, facendo registrare un ulteriore aumento dei corsi, col consueto distinguersi dei titoli interessati alle costruzioni di infrastrutture.
Ma le Borse delle altre zone del pianeta, avendo più tempo per riflettere, decidevano che, dopo tutto, il Libro Beige sommato alle parole di Wen, dava un risultato negativo netto. Così i corsi scendevano nella quasi totalità dei mercati, inclusi quelli delle materie prime e del petrolio.
In effetti, anche se per un solo giorno, abbiamo creduto che la Cina potesse tirare fuori il mondo intero dalla peste in cui è andato a cacciarsi. Forse potrebbe davvero farlo. Sembra tuttavia che anche i burocrati di Pechino abbiano deciso di rispettare le regole di Maastricht, in particolare quella che fissa al 3 per cento il tetto per i deficit pubblici. Quel 3 per cento sarà per le finanze pubbliche del Paese di mezzo il peggior risultato da quando è stato adottato il metodo di contabilità pubblica occidentale. Negli anni del lungo boom, infatti, la robustezza delle entrate spinte dal potente tasso di crescita del Pil, ha permesso alla Cina conti pubblici che forse sarebbero piaciuti persino a Luigi Einaudi. Ora invece, la discesa del tasso di crescita dal 13% al 9% vuol dire minore sviluppo delle entrate. Evidentemente, proprio quando la violenza della crisi costringe l’Occidente e specialmente i paesi dell’Euro a rassegnarsi a decifit pubblici eclatanti e persino a teorizzare le loto virtù anticicliche, rinnegando un ventennio e più di fede nella cosiddetta “equivalenza ricardiana”, la dirigenza cinese comincia a farsi influenzare dalla cabala germanica del patto di stabilità, alla quale non si crede più né a Berlino e nemmeno nella tana dei guru cristiano sociali, Monaco di Baviera.
Dopo solo un giorno di illusione, i mercati sono ripiombati nella realtà delle cifre e delle descrizioni qualitative del Beige Book, dove la Fed assembla le informazioni che le provengono dalle sue sedi provinciali. Emerge dalle pagine di quel rapporto una realtà cupa. Nulla di veramente nuovo, si badi bene, ma una conferma autorevole di dati e informazioni provenienti da altre fonti. Prendiamo dunque coraggio e leggiamo.
L’industria manifatturiera americana dice il Beige Book è ormai in recessione da tredici mesi. La recessione colpisce tutti i settori, eccetto quello farmaceutico e parte di quello chimico. Crollano dappertutto le vendite di automobili nuove, salgono quelle di macchine usate. Cadono ovunque i prezzi degli immobili residenziali e commerciali ma solo in qualche isolato caso ne sono stimolate le vendite e i nuovi mutui immobiliari. La produzione di beni di capitale, macchinari, prodotti intermedi, arretra. Lo stesso è da dirsi per quella dei beni di consumo durevole, mentre le catene di distribuzione come Walmart che vendono prodotti scontati di scarsa qualità, registrano aumenti di fatturato, come fa McDonald, che è ormai la mensa Charitas degli Stati Uniti. Le vendite natalizie, dice il Beige Book, sono state “dismal”, disastrose, in tutto il paese. I salari sono tagliati in tutti i settori, e così i contributi sanitari e pensionistici offerti ai lavoratori, in un paese che non ha pensioni pubbliche e solo una ridotta sanità di Stato, riservata agli anziani. La disoccupazione aumenta non solo nelle manifatture ma anche nell’importantissimo settore dei servizi, dove si concentra la manodopera occupata. Né la storia è diversa in settori di punta come quello dei servizi informatici. La situazione appare particolarmente grave, per la gran parte degli indici, in zone trainanti del paese, come la California e il Texas, ma anche negli Stati del corridoio atlantico.
Secondo il Rapporto della Fed non si possono prevedere miglioramenti significativi entro il 2009. Sul 2010, il Rapporto resta terribilmente vago. Particolarmente preciso e duro è invece il Beige Book nello spazio che dedica alle condizioni del credito negli Stati Uniti. La domanda di credito per l’industria e il commercio è caduta in tutte le aree del paese, a eccezione di una recente ripresa a Filadelfia. Anche la domanda di credito al consumo è caduta, a eccezione della zona di Cleveland. Il settore dei mutui immobiliari resta depresso, anche se a Cleveland, New York e Richmond sono aumentati i contratti di rifinanziamento di mutui esistenti. In qualche area, inoltre, si è notato un altro fenomeni tipico delle crisi, lo spostamento dell’attività di credito dalle banche nazionali a quelle locali. Se la domanda di credito langue ancora, le condizioni dell’offerta sono divenute più dure. Le richieste di finanziamento da parte di imprese di costruzioni e dei realizzatori di progetti di sviluppo edilizio sono dalle banche sottoposte ad un vaglio particolarmente accurato. La qualità del credito è peggiorata per tutte le categorie di debitori. A New York sono in particolare i prestiti al consumo a deteriorarsi, mentre a Chicago aumentano i fallimenti e lo scadimento dei crediti alle imprese industriali e commerciali. Non si parla, nel Beige Book, apertamente di credit crunch, ma i dettagli delle condizioni creditizie descritte ne fanno identificare chiaramente la presenza, anche se l’espressione non è usata. Il Beige Book è un documento ormai sui generis, legato ad un tempo abbastanza lontano dell’analisi congiunturale, quando i fenomeni si descrivevano e misuravano con aggettivi e avverbi, invece che con i dati quantitativi. Forse anche per queste sue caratteristiche, che ci riportano ai documenti provenienti dalle filiali della Banca d’Italia fino agli anni Cinquanta del Novecento, più che ai prodotti degli uffici studi delle grandi banche di investimento e della stessa Fed di oggi, esso non riceve quella attenzione che altre comunicazioni ufficiali ottengono. Gli analisti di oggi vogliono dati quantitativi, che possano essere inseriti in programmi di previsione e fornire risposte meno ambigue possibili, sulle quali possano essere impostate complesse manovre di trading e arbitraggi.

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