Cina-Ue: è ora di mettere fine alla competizione sleale

Jonathan Holslag, co-fondatore dell’Istituto di Studi cinesi contemporanei di Bruxelles e professore di relazioni internazionali alla Libera università di Bruxelles, del libero commercio ha una visione nettamente opposta a quella «naive» della Commissione europea di cui è consulente: «È un po’ come credere nel Paradiso».
Stretta tra gli Stati Uniti e una Cina sempre più assertiva nella sua determinazione a diventare potenza economica e politica, l’Europa sta restando economicamente e tecnologicamente indietro e le sue genti si stanno gradualmente impoverendo a vantaggio dei cittadini delle nuove superpotenze. Anni di delocalizzazione della produzione al di fuori dei confini nazionali e, contestualmente, di ingenti importazioni di beni a basso prezzo ne hanno depotenziato la capacità produttiva e innovativa e reso i suoi cittadini consumatori drogati.

«Il libero commercio è un ideale ma non è mai stato una realtà. Nonostante l’Organizzazione mondiale del commercio gli Stati continuano a intervenire con le loro banche centrali e con le loro politiche fiscali. Gli strumenti dell’Omc sono obsoleti. La distorsione della competizione non utilizza soltanto tecniche di dumping o barriere tariffarie. Lo strumento più potente sono i crediti alle esportazioni che la Cina, ad esempio, offre alle aziende per inondare il mercato internazionale, mettendo fuori gioco le imprese occidentali che non godono degli stessi aiuti e sono appesantite da tutta una serie di normative a tutela del benessere pubblico. Se non riequilibriamo il campo di gioco dell’economia mondiale noi europei rischieremo di mancare la quarta rivoluzione industriale. La produzione continuerà a spostarsi altrove. Ed è chiaro che la disponibilità di capitale non basta: nonostante l’enorme quantità di denaro resa disponibile dalla Banca centrale europea negli ultimi anni a tassi di interesse molto bassi, le aziende sono state riluttanti a investire nella modernizzazione degli impianti perché si sono trovate a dover fare i conti con una massa di importazioni a basso costo».

Come reagire?
«Non dobbiamo consentire che le nostre economie siano disintegrate con la scusa del libero commercio. Se vogliamo che i nostri imprenditori creino lavoro senza distruggere i valori chiave della nostra società dobbiamo consentire loro di competere sull’eccellenza e non sull’abuso. Dobbiamo imporre le nostre regole e fare in modo che chiunque abbia accesso al nostro mercato con i suoi prodotti o servizi, che sia un produttore europeo o uno straniero cinese, le rispetti. Ogni società deve fare in modo che l’organizzazione del suo mercato interno rispecchi le sue aspirazioni e i suoi valori. Se vogliamo una società fondata sulla dignità, sulla creatività e sulla sostenibilità non possiamo tollerare di importare schiavitù attraverso le merci a costi infimi. Credo che Adam Smith avrebbe voluto così».

Come farlo nel concreto?
«Innanzitutto con l’istruzione. Giuseppe Mazzini una volta disse che “La libertà dà il potere della scelta. L’istruzione deve insegnare come scegliere». Oggi la scuola oggi insegna a diventare bravi produttori ma non a essere consumatori responsabili. Come possiamo aspettarci l’esistenza di un’economia in cui prevalga la qualità se i ragazzi non conoscono più cosa siano la qualità e il valore di un lavoro ben fatto? Dobbiamo insegnare che ogni euro è un voto e che lo possiamo esercitare per darci un futuro migliore».

Nel breve periodo quali misure suggerisce?
Dovremmo elaborare “i dieci comandamenti” di un forte mercato europeo: no alla schiavitù lavorativa, l’impegno per produzioni CO2 neutre, lo sviluppo dell’economia circolare basata sul riciclo e via dicendo. Tutte le aziende locali e straniere non che producono ma che vendono in Europa li dovranno rispettare. L’onere della prova dovrà essere sui produttori. In un primo tempo si potrebbe dare a chi le rispetta un “marchio di qualità”, visibile come lo sono gli avvisi sui pacchetti di sigarette. In un secondo tempo però, tra circa 5 anni, dovremo punire chi non li rispetta, ad esempio facendo pagare dazi a ogni container che “importa” inquinamento e condizioni di lavoro al di sotto degli standard dell’Organizzazione mondiale del lavoro».

Si tratta di una nuova forma di protezionismo?
«Il protezionismo comporta un certo grado di discriminazione, ovvero che alcune società siano trattate in modo diverso e questa è proprio la situazione attuale: i produttori locali sono discriminati nei confronti degli altri perché costretti a rispettare tutta una serie di regole che ne aumentano i costi e non li mettono in grado di competere ad armi pari. Per non soccombere dovremo reagire e porre fine all’attuale disequilibrio».


Fonte: L’Espresso, 6 giu 18

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.