Cina, troppe pressioni e censura: si dimette il caporedattore del Southern Metropolis

Xi Jinping ordina ai media di “portare un unico cognome, quello del Partito”. E Yu Shaolei se ne va: “Dopo essere stato inginocchiato così a lungo, voglio vedere se sono capace di adottare un’altra posizione”.

«Incapace di portare il vostro cognome». È questo il motivo con cui Yu Shaolei si è dimesso da caporedattore della cultura del «Southern Metropolis Daily». Si riferisce al recente discorso del presidente Xi Jinping indirizzato ai più importanti media di Stato: l’agenzia di stampa Xinhua e la televisione Cctv.

In quell’occasione il presidente aveva ribadito la sudditanza che stampa e tv devono allo Stato o, per dirla con le sue parole, il fatto che dovrebbero mantenere «un cognome unico: Partito».

Classe 1968, 16 anni di servizio al giornale, Yu ha allegato la sua lettera di dimissioni in un post, ora censurato, in cui spiegava le sue motivazioni: «Sto invecchiando e dopo essere stato inginocchiato così a lungo, voglio vedere se sono capace di adottare un’altra posizione». E ancora: «Alla persona incaricata di sorvegliare il mio Weibo e di notificare ai suoi superiori quello che sarebbe meglio cancellassi: puoi tirare un sospiro di sollievo. Mi dispiace per averti causato tento stress negli ultimi anni e spero sinceramente per te che la tua carriera prenderà una nuova direzione».

Weibo, il twitter cinese, è stato uno dei primi canali di comunicazione ad essere seriamente preso di mira nell’era di Xi Jinping. Dopo aver costretto gli opinionisti con più follower a fare pubblica ammenda in tv, il governo ha stabilito che per un’opinione condivisa più di 500 volte sui social network si rischiano tre anni di carcere. «Libertà significa ordine», ha provato a spiegare il ministro dell’ufficio statale per l’informazione su Internet Lu Wei. Ma gli internauti hanno semplicemente abbandonato Weibo per trasferire i loro interventi di carattere politico sui gruppi chiusi di WeChat, un sistema di messaggi istantanei per alcuni aspetti simile a WhatsApp che oggi ha più di 650 milioni di utenti attivi.

All’inizio degli anni Duemila, la comparsa di molti blogger indipendenti aveva fatto sperare nella possibilità di un giornalismo più libero. Tra il 2010 e il 2011, l’avvento dei social network e soprattutto di Weibo, aveva costretto l’informazione ufficiale a confrontarsi con il citizen journalism, grazie al quale in pochi secondi notizie che prima sarebbero state tenute nascoste raggiungevano centinaia di milioni di persone. Ma Xi Jinping ha fatto della «sovranità sulla rete» un interesse nazionale. Il punto è sempre lo stesso. Per il partito l’informazione è uno degli strumenti per educare le masse.

Non si tratta solo di censurare argomenti scomodi. Nelle redazioni dell’ex impero di mezzo è normale che quello che gli anglosassoni chiamano «newsworthiness» (quello che fa o no notizia) sia un processo guidato dall’alto che tiene in considerazione soprattutto gli obiettivi di chi guida il paese. E in soli tre anni Xi Jinping ha dimostrato di voler guidare la Cina con gli stessi strumenti che usava Mao: la pistola e la penna. Ma nell’ultimo mese un crescente numero di voci dal mondo dell’arte, della cultura, della finanza e dell’informazione si sono opposte. Sono ormai in tanti a pensare che un paese moderno non possa prescindere da una stampa libera.

La Stampa,30/03/2016

English article,BBC: China editor resigns over media censorship

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