Cina: terre rare, il problema di come estrarle tutelando l’ambiente e le riserve

Una distesa di polvere nera, dove una volta c’erano campi di grano e granturco. Un lago di rifiuti liquidi bruni e inquinati, ampio 10 chilometri, che rischia di avvelenare il Fiume Giallo. Diffusa radioattività e la gente che si ammala di cancro e muore. Viaggio a Baotou, Mongolia Interna, ricca di pregiate terre rare, la cui estrazione ha distrutto la vita dei residenti. La Mongolia Interna ha circa l’87% dei giacimenti conosciuti di terre rare in Cina. Pechino ha sfruttato le miniere, producendo il 97% delle terre rare utilizzate nel mondo, ma senza rispettare l’ambiente. Le terre rare sono 17 minerali e metalli essenziali nella tecnologia avanzata, come l’elettronica, il nucleare, le energie alternative (auto ibride, turbine a vento), le telecomunicazioni e l’industria aerospaziale. Nel marzo 2010 la Cina ha indicato di voler ridurre del 40% le esportazioni, per proteggere l’ambiente e per preservare le riserve per il consumo interno, suscitando la protesta mondiale di approfittare del suo quasi monopolio per alzare i prezzi e avvantaggiare le sue industrie. Nell’ottobre 2010 ha annunciato minori esportazioni del 90%. La drastica riduzione ha lanciato in alto i prezzi: ad esempio il magnetico neodymium è passato da 30 dollari al chilogrammo nel novembre 2009 a oltre 100 dollari nel novembre 2010. Secondo l’Amministrazione generale delle dogane cinesi nel gennaio 2011 le esportazioni di terre rare, seppure diminuite del 29%, hanno portato 148,3 milioni di dollari, +376% rispetto al gennaio 2010. Baotou ha alberghi di lusso, ottimi ristoranti, bar e locali alla moda, saune e posti di intrattenimento. Ma a pochi chilometri dalla città molti portano maschere per proteggersi dalla polvere nera, che fa tossire e avvelena i polmoni, per la strada commercianti ambulanti le vendono per 2 yuan ai passanti. I minerali sono trattati e raffinati da decine, forse centinaia di fabbriche nella zona, che scaricano 24 ore al giorno nel lago locale i rifiuti di 7 milioni di tonnellate di minerale scavato ogni  anno, dopo essere stato raffinato con acidi e prodotti chimici. A un chilometro dal lago e a 8 da Baotou sorge il villaggio Dalahai, vicini sono altri 5 villaggi, qualche migliaio di persone. Sono villagi-del-cancro, la percentuale dei malati è molte volte maggiore la media nazionale, la gente ha mal di stomaco e perde i denti a 35-40 anni. Il residente Jia Yunxia racconta al South China Morning Post che il governo ha promesso loro un indennizzo. Ma non hanno ricevuto uno yuan e non hanno il denaro per comprare una casa altrove. Il Fiume Giallo scorre appena 10 km a sud. Nel 2005 studi ufficiali, tra cui quello di Xu Guangxian ex presidente della Società chimica cinese, hanno accertato che la zona è contaminata con il torio, sorgente di radioattività, e altre sostanze tossiche, che rischiano di inquinare il Fiume Giallo, fonte d’acqua per 150 milioni di persone. Gli studi sono rimasti segreti per anni. Anche se il governo ha diminuito l’esportazione, esperti locali indicano come aggirare il limite: basta che la ditta estera si associ con un partner cinese. Poi, seppure è diminuita l’esportazione di neodymium (metallo richiesto per le proprietà magnetiche), è aumentata la produzione e l’esportazione di barre del peso di 250 chilogrammi con un nucleo di neodymium di 1,5 kg, molto usate per le turbine. Nel gennaio 2011 le esportazioni di terre rare dalla Mongolia interna sono scese dell’83,8%, ma l’esportazione di manufatti con terre rare è salita del 91,4%. Inoltre nel Paese ci sono sempre state miniere illegali controllate da gruppi criminali. Da qualche mese Pechino cerca di stroncarle con elicotteri e incursioni di polizia, nel Guangdong settentrionale sono stati arrestati almeno 100 proprietari e direttori di raffinerie illegali. La Cina spiega che vuole rivedere, entro due anni, le miniere e le raffinerie, introducendo una rigida protezione ambientale, e non accetta critiche: osserva che l’ampio utilizzo delle terre rare è stato consentito proprio dal loro basso costo nel passato, grazie alla superproduzione cinese. Altrimenti, forse, sarebbe stato più difficile scoprirne l’utilità.

Fonte: Asia News, 15 marzo 2011

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