Cina soft power parte seconda: Pechino si rivolge a Hollywood per vincere cuori e menti

Dopo aver subito una serie di battute d’arresto nei suoi tentativi di migliorare la propria immagine nel mondo, la Cina sembra aver trovato la chiave per il successo investendo su Hollywood.
Ecco la tangente per Hollywood: in cambio di investimenti cinesi per produrre film accettabili a Pechino, gli studi cinematografici americani dividono i profitti cinematografici in Cina.

Vista la stagnazione delle vendite al botteghino negli Stati Uniti, da qualche tempo gli analisti avevano predetto che la Cina sarebbe probabilmente diventata il più grande mercato mondiale cinematografico entro pochi anni.

A fronte del rallentamento del 2016 delle vendite di biglietti in Cina, queste previsioni al momento sembrano un po’ troppo ottimistiche.

Intanto, considerata la censura cinese, i dirigenti di Hollywood hanno pagato un prezzo per collaborare con la Cina sulle produzioni cinematografiche. In svariate occasioni, i manager dell’industria hanno ridotto la propria libertà creativa per compiacere la Cina.

Ciò ha portato pesanti critiche su Hollywood, che ha accettato fin da subito un intollerabile livello di autocensura.

Questa si esprime attraverso le decisioni di casting, l’eliminazione di contenuti considerati da Pechino come “sensibili” e l’inserimento di contenuti, immagini o linee storiche ritenute “positive” da parte cinese.

Parlando di casting, l’attore Richard Gere per primo ha scoperto che non può più ottenere ruoli nei grandi film di Hollywood a causa dell’animosità cinese verso di lui.

Nel corso degli anni Gere è stato protagonista di molti film di successo hollywoodiani. Ma si è attirato l’inimicizia cinese per via del suo sostegno alla causa tibetana. Buddista praticante, Gere ha invitato le nazioni in gara a boicottare le Olimpiadi di Pechino del 2008, per protestare contro le politiche repressive cinesi nella regione tibetana.

Gere al The Hollywood Reporter due mesi fa ha parlato di un episodio in cui “qualcuno gli ha detto di non poter finanziare un film con me, perché farebbe arrabbiare i cinesi”.
Gere ha aggiunto che in un altro incidente, un cineasta cinese gli ha confidato che se avessero lavorato insieme, lui e la sua famiglia non avrebbero più potuto lasciare la Cina e non avrebbe mai più potuto lavorare nell’ambito cinematografico.
A questo punto della sua vita, Gere ha dichiarato di essere felice di recitare ruoli in piccole produzioni di film indipendenti.

Un rallentamento negli affari di Hollywood

Sebbene lo scorso anno le imprese cinesi abbiano effettuato investimenti record all’estero, la preoccupazione di Pechino per l’enorme flusso di capitali in uscita degli ultimi anni ha portato a nuove leggi che hanno rallentato il ritmo degli investimenti all’estero. E questo potrebbe, almeno temporaneamente, bloccare la prospettiva di affari con Hollywood.

Il presidente del gruppo Dalian Wanda, Wang Jianlin, uno degli uomini più ricchi della Cina, è stato il maggior investitore straniero a Hollywood. Ma in un’intervista con The Financial Times, Wang ha detto che ora ha intenzione di spostare i suoi investimenti sulle imprese nazionali cinesi.

Il tentativo, fallito, di Wang di comprare la società hollywoodiana di intrattenimento e produzione televisiva, Dick Clark Productions (DCP) per 1 miliardo di dollari ha attirato molte polemiche. L’azienda ha un’ottima reputazione e connessioni ad alti livelli a Hollywood.

Nel suo colloquio con The Financial Times, Wang ha dichiarato che il fallimento dell’accordo per l’acquisto di DCP è da imputarsi alle leggi cinesi che stanno rallentando gli investimenti di capitali all’estero.

Lo scorso anno il gruppo Dalian Wanda ha comprato per 3,5 miliardi di dollari Legendary Entertainment, con sede a Burbank. È stato il più grande investimento cinese in uno studio cinematografico negli Stati Uniti, e ha richiamato l’attenzione di diversi membri del congresso statunitense.

In una lettera aperta dello scorso anno, diciotto membri del Congresso hanno espresso preoccupazione per le mosse di Wang, e hanno iniziato a discutere su una possibile espansione dei controlli normativi sugli investimenti stranieri negli Stati Uniti, in modo da includere beni “soft power” americani, come i film.
Il miliardario Wang, in passato, aveva dichiarato di non essere interessato a cambiare il contenuto dei film hollywoodiani e di voler lasciare gli americani a capo della gestione degli studios. Tuttavia c’è ancora molto spazio per l’autocensura.

E alla fine è l’amministrazione statale della stampa, della pubblicazione, della radio, della pellicola e della televisione (SAPPRFT), che ha l’ultima parola su quali film siano adatti per gli investimenti cinesi.
La Cina può investire in film americani in tre modi: con film a incasso condiviso, con l’acquisto di film a pagamento e con coproduzioni con gli studios di Hollywood.
Le coproduzioni ambientate in Cina sono un successo per entrambi. Per i cinesi significa essere coinvolti completamente nella produzione e imparare della collaborazione.

Per Hollywood, fare le riprese in Cina significa costi più bassi. Ma significa anche più guadagni. I film coprodotti permettono di aggirare la quota fissata da Pechino di trentaquattro film stranieri permessi all’anno sugli schermi cinesi.

I film coprodotti non sono considerati stranieri, portando quindi ai produttori il 43 per cento delle vendite dei biglietti, anziché il 25 per cento ottenuto con i film totalmente a produzione estera.
Infine, la coproduzione significa che un partner cinese aiuta uno studio di Hollywood nel processo normativo, e si occupa della burocrazia con l’amministrazione statale della stampa, della pubblicazione, della radio, della pellicola e della televisione (SAPPRFT).

Ma anche così le cose possono andare storte, perché i funzionari della censura temono di fare anche il più piccolo errore, in un’atmosfera di rigido controllo dei mezzi di comunicazione, sotto la presidenza di Xi Jinping, il quale ha esortato i media cinesi a raccontare “la storia della Cina” e a enfatizzarne la parte positiva.

Il film coprodotto che è stato un fallimento

Un film recente, “La Grande Muraglia”, sembrava avere tutte le carte in regola per una coproduzione. Primo, il protagonista Matt Damon, una star del cinema americano. Secondo, il famoso regista cinese Zhang Yimou a dirigerlo.

Con un budget di 150 milioni di dollari investiti da diverse case cinematografiche importanti di Hollywood e cinesi, il film è stato la più costosa coproduzione hollywoodiana registrata in Cina. Tuttavia, ha presto attirato recensioni per lo più sfavorevoli da critici cinematografici americani e fans cinesi sui media sociali.

Eppure il contenuto del film è piaciuto alla censura cinese.

Damon è uno straniero che, in un’epoca antica, arriva in Cina per cercare la polvere da sparo, ma finisce per combattere come mercenario accanto a soldati cinesi che lottano coraggiosamente contro mostri simili a locuste, che attaccano la Grande Muraglia.

Come scrive la critica di cinema del Washington Post, Ann Hornaday, il personaggio di Damon, William Garin, non è tanto un eroe, quanto “un pretesto per idee d’identità nazionale e sciovinismo culturale che la Cina desidera esportare per il consumo globale”.

Hornaday prosegue poi nella sua critica di ciò che definisce dialoghi legnosi e interpretazioni anchilosate.

Alla fine, il film ha perso 75 milioni di dollari.

“La Grande Muraglia” aveva tutto il potenziale per diventare un film epico, sulla scia de “Il Signore degli Anelli”. Ma il suo messaggio di propaganda alla fine è così palese da non essere credibile.

Cosa si può imparare da “La Grande Muraglia”? Se la censura fosse meno rigida, le coproduzioni potrebbero diventare più interessanti per gli spettatori?

Purtroppo, Hollywood sta facendo il lavoro di censura per la Cina e l’abitudine di autocensurarsi può essere interiorizzata a fondo.

Robert Daly, direttore dell’Istituto Kissinger presso il centro Wilson sulla Cina e sugli Stati Uniti, con sede a Washington DC, osserva che “negli ultimi anni non sono stati prodotti film che descrivano il partito comunista cinese o personaggi cinesi sotto una luce critica”.

“Invece, la Cina ha salvato il mondo in “2012” e ne “Il marziano””, aggiunge in un articolo dell’ottobre scorso per The Lost Angeles Times.

Perché tutto questo

In un articolo pubblicato a marzo di quest’anno, Shanthi Kalathil, autore di numerose pubblicazioni accademiche, parla di come la Cina abbia scoperto il valore di usare Hollywood per migliorare la propria immagine.

Il suo studio è stato pubblicato dal Centro per l’Assistenza Internazionale ai Mezzi di Comunicazione, che è parte dell’organizzazione statunitense Assicurazione Nazionale per la Democrazia (NED).

Secondo Kalathil, la Cina ha capito come l’America “esercita un enorme soft power” attraverso la cultura e l’intrattenimento.

La studiosa sostiene che la Cina ha scoperto che attraverso Hollywood, “sotto forma di judo a buon mercato, può utilizzare la forza del soft power statunitense per i propri scopi”.

Senza curarsi delle oscillazioni del botteghino, Hollywood pare essere completamente d’accordo.

Come l’articolo in prima pagina su The Wall Street Journal del 19 aprile ha espresso chiaramente: “…Hollywood è così inestricabilmente invischiata con la Cina, che l’industria cinematografica non può più funzionare senza”.

È stato confermato anche dall’ex senatore Christopher Dodd, la cui sostituzione con Charles H. Rivkin quale principale lobbista di Hollywood è stata annunciata il 29 aprile scorso.

Secondo il New York Times, Dodd, durante la sua presidenza presso l’Associazione Cinematografica Americana, “ha aiutato la distribuzione dei film di Hollywood in Cina”.

Il Times afferma che “la Cina sarà probabilmente il focus iniziale di Mr. Rivkin”.

Dood ha affermato che se si chiedesse ai dirigenti di Hollywood quali sono i loro tre obiettivi principali, “diranno Cina, Cina, Cina”.

Traduzione Andrea Sinnove, LRF Italia Onlus


Fonte: Radio Free Asia, 1 giu 17

English article: China Soft Power Part II: Beijing Turns to Hollywood to Win Hearts and Minds

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