Cina: silenzi sul Covid, minacce, repressione e boicottaggio. Il modello che vuole esportare nel mondo.[video]

Più di un anno dopo il mondo arranca alla ricerca di un’uscita dalla pandemia che l’ha sconvolto. Tutto il mondo meno, apparentemente, la Cina dove tutto ha avuto inizio. L’economia del gigante asiatico è l’unica, tra le maggiori, ad avere messo un segno più, del 2,3%, alla crescita del 2020.

Le critiche domestiche dei primi mesi al tentativo di nascondere l’epidemia si sono trasformate in apprezzamento per l’approccio militarizzato ed efficace con cui sono stati imposti i lockdown. E il presidente Xi Jinping ha riaffermato l’obiettivo di mettere il Paese al centro dell’ordine economico e politico internazionale, anche con forze armate pronte «in ogni secondo» a un’eventuale guerra.

La Repubblica Popolare, un anno dopo

Che la Cina non fosse più la «fabbrica del mondo» era evidente da qualche anno: i salari crescevano e le multinazionali avevano meno incentivi ad aprire lì nuovi impianti. La sorpresa della pandemia nata a Wuhan ha però introdotto nei calcoli di imprese nuove variabili: è forse meglio non mettere tutte le produzioni in un singolo luogo; e, dal punto di vista dei governi, se siamo troppo dipendenti da produzioni cinesi per mascherine, attrezzature mediche, componenti farmaceutiche, prodotti intermedi e merci strategiche è forse il caso di incentivarne il rimpatrio. La pandemia, tra l’altro, ha messo per mesi interi sotto stress le catene di fornitura, da ultimo i microchip: un motivo in più per rendersi meno dipendenti da prodotti e forniture cinesi.

Le aziende che si spostano e timori di quelle che restano 

Già l’anno scorso, per esempio, il Giappone ha stanziato 2,2 miliardi di dollari per aiutare 87 imprese nipponiche a riportare a casa produzioni o spostarle in Vietnam, Myanmar, Tailandia. Alcuni grandi gruppi – tra i quali Apple, Hasbro, Samsung, Nintendo, GoPro – hanno riallocato alcune produzioni in Paesi con costo del lavoro più basso che in Cina.

Ma se un anno fa ci si poteva aspettare un’ondata di abbandoni, in realtà una fuga di massa non c’è stata. Da un lato lasciare un impianto non è facile: la maggior parte dei lavoratori sono assunti con contratti di uno o due anni e chi se ne va deve onorarli in pieno; inoltre ci sono una serie di obbligazioni burocratiche e finanziarie che rendono difficile spostare una produzione fuori dalla Cina. Dall’altra parte c’è il fatto che il Paese ha ormai una classe media di oltre 350 milioni di persone e nei prossimi decenni è destinato a diventare il primo mercato di consumo del mondo: non facile abbandonarlo. Detto questo, la Cina post-pandemia per i grandi gruppi internazionali è da approcciare con maggiore prudenza e, soprattutto, con strategie di crisis management pronte a essere attivate. Questa necessità è stata resa evidente dal caso di H&M, la catena di negozi svedese: ha dichiarato di non comprare più cotone dello Xinjiang perché proveniente dai lavori forzati. E il governo ha boicottato tutte le vendite in Cina. I brividi sono corsi nei consigli d’amministrazione delle imprese che hanno operazioni nel Paese di fronte al trattamento di Jack Ma, l’imprenditore cinese più noto, più ricco, che aveva criticato l’arretratezza del sistema finanziario cinese: multa per 2,7 miliardi di dollari per abuso di posizione dominante, sospensione della quotazione, ed emarginato. Se si tratta così il fondatore di Alibaba, della piattaforma di pagamenti Alipay e proprietario di una serie di media (che ora dovrà vendere), vuol dire che chiunque non segua rigidamente le direttive del Partito Comunista può essere colpito. Questo all’interno.

 

 

La prepotenza su Hong Khong e Taiwan 

All’estero la Cina è sempre più aggressiva nelle relazioni con i Paesi che osano sollevare obiezioni alle pratiche internazionali di Pechino. I casi più straordinari sono la distruzione della democrazia e della certezza della legge a Hong Kong con l’imposizione della fine del criterio «Un Paese, Due Sistemi» che per trattato internazionale con il Regno Unito avrebbe dovuto durare fino al 2047. La repressione dei musulmani uiguri nello Xinjiang; le parole sempre più forti sulla necessità di riportare sotto il controllo della «madrepatria» l’isola di Taiwan. Né in casa né all’estero, però, quella di Pechino è una marcia trionfale.

Le città fantasma 

A inizio marzo 2021, Guo Shuqing – presidente della Commissione regolatrice di banche e assicurazioni e segretario del Partito Comunista all’interno della banca centrale – ha avvertito che la speculazione nel mercato immobiliare è «molto pericolosa», perché il Paese faticherebbe a rispondere allo scoppio di una crisi finanziaria. Il problema è che nel mercato immobiliare si sono create bolle e, in parallelo, l’indebitamento delle banche è particolarmente alto. Le nuove costruzioni si moltiplicano e i prezzi degli immobili salgono. Ma a livello nazionale ci sono 65 milioni di appartamenti di nuova edilizia vuoti. Sono almeno 50 le città fantasma (intese come grandi quartieri). La più nota è Zhendong a Zhenzhou, segue Jing Jin New City a 110 chilometri da Pechino. Migliaia di appartamenti di Yudong a Jurong, e nel distretto Chenggong a Kunming. E qui i prezzi negli ultimi due anni sono scesi del 10%.

 

 

Il prestito erogato fuori dai canali ufficiali

L’uomo più potente del Partito in fatto di finanza, il vicepremier Liu He, ha lanciato una campagna per limitare la crescita del credito nel Paese, che nei primi due mesi dell’anno è cresciuto del 38% nel settore immobiliare. L’anno scorso, anche a causa di interventi di sostegno per limitare i danni da lockdown, il debito complessivo cinese – dello Stato, delle imprese, delle famiglie – è salito dal 255% del Pil al 280% e arriva quasi al 300% se si aggiunge il debito estero. Ufficialmente, il debito dello Stato è basso, il 45% del Pil, ma Standard & Poors calcola che un altro 40% sia «fuori bilancio», erogato attraverso entità controllate dal settore pubblico. Non solo: gran parte dei prestiti che le banche di Stato erogano (alle sole prime cinque ammonta il 40% degli asset del sistema) sono diretti dal governo, del quale gli istituti di credito sono, per molte operazioni, bracci operativi. Non figurano formalmente come debito pubblico ma sono comunque interventi di Stato. Per evitare che la situazione sfugga di mano, Liu He ha emesso la direttiva che impone di limitare il credito. Si calcola che in Cina il cosiddetto sistema bancario ombra quattro anni fa fosse arrivato a erogare il 40% dei prestiti in essere, fuori dai canali ufficiali e supervisionati dalle autorità. Si tratta per lo più di prestiti effettuati da gestori di patrimoni o di fondi fiduciari, ai quali molte imprese ricorrono per evitare le regolamentazioni bancarie sui prestiti più rischiosi o perché non trovano liquidità nelle maggiori banche di Stato. Lo scorso settembre l’ammontare di questo tipo di prestiti era pari a 3.400 miliardi di dollari. A questo si deve aggiungere il fatto che il sistema finanziario cinese ha una bassa capacità di assorbire gli choc e di diversificare i rischi su più soggetti. Basta poco ad innescare reazioni negative che si amplificano, come successe nell’agosto 2015 quando notizie di un rallentamento dell’economia provocarono una caduta dell’8,5% della Borsa di Shanghai.

 

 

Come si combatte la corruzione interna 

Il sistema del credito, solo in parte lasciato al mercato e spesso invece guidato da decisioni politiche ai diversi livelli dell’amministrazione dello Stato – dal vertice alle autorità provinciali –, comporta che i finanziamenti vadano spesso non a chi è meritevole di averli. Così nasce il problema delle imprese zombie, in sostanza quelle che, secondo le regole di Pechino, registrano perdite di bilancio per tre anni consecutivi. Xi Jinping ha condotto una campagna per liquidarle, ma la pandemia ne ha però probabilmente create di nuove, anche se dati ufficiali non esistono. Qua si apre la questione della corruzione, endemica in tutti i sistemi a partito unico. La logica con la quale le risorse vengono allocate non è il risultato di forze di mercato, ma di decisioni di individui o di organismi che si controllano tra loro: le posizioni di potere, non determinate da elezioni democratiche, lasciano a chi le occupa una discrezionalità che spesso viola la legge. Da quando ha preso il potere, tra il 2012 e il 2013, Xi Jinping ha condotto una campagna radicale contro la corruzione. Certamente l’ha usata per eliminare oppositori alla sua ascesa, come nel famoso caso del membro del Politburo del Pcc Bo Xilai, condannato al carcere a vita per corruzione. E per condurre purghe a più ondate che hanno coinvolto milioni di militanti del partito, compresi una ventina di membri del Comitato Centrale. Ma la ragione per la quale i vertici di Pechino devono limitare la corruzione è che oltre un certo limite i suoi effetti le sottraggono risorse, indirizzano denaro verso impieghi improduttivi. E aumentano le disuguaglianze e l’insoddisfazione sociale per l’ingiustizia.

Crescono le disuguaglianze 

Tra il 1985 e il 2015 l’indice di Gini è passato da 0,31 a 0,50: laddove zero è l’uguaglianza assoluta e uno è la proprietà di tutto da parte di una persona sola. Lo 0,50 è un segno di disuguaglianza decisamente più alto dello 0,41 degli Stati Uniti. Come si vede da qualche anno in Occidente, il crescere delle disuguaglianze crea tensioni sociali, soprattutto quando ciò avviene in parallelo all’aumento della povertà e a una bassa crescita economica. Fenomeni non ancora presenti in Cina e che Xi vuole evitare, tant’è che l’obiettivo per il 2021 è una crescita del Pil «sopra al 6%». Non esaltante per gli standard cinesi.

Nessun alleato, ma solo clienti 

Quello che è cambiato con la Covid-19 è che fin dalla primavera del 2020 la Cina è vista da gran parte dei Paesi, soprattutto quelli vicini, come un grande mercato dal quale non si può stare lontani, ma con relazioni difficili a causa della politica estera cinese sempre più aggressiva. Oltre ai casi di Hong Kong, Xinjiang e Taiwan, Pechino si muove per affermare il proprio potere senza remore. Il governo australiano ha chiesto, l’anno scorso, un’indagine indipendente sulla formazione della pandemia a Wuhan e, per risposta, il governo cinese ha iniziato il boicottaggio delle importazioni di merci australiane: carbone, carni, vino, legname, aragoste, orzo. Di fronte alla repressione dei militari birmani e all’uccisione di oltre 500 dimostranti Pechino, che con la giunta al potere in Myanmar ha legami e progetti infrastrutturali, non ha pronunciato una sola parola di condanna. Al contrario continua a ritenere la relazione cruciale per realizzare un corridoio economico e strategico (la cosidetta Via della Seta) che congiunge la provincia cinese dello Yunnan con il Golfo del Bengala e quindi l’Oceano indiano. «Nessuno, in Asia, vuole seguire il modello cinese – sostiene Parag Khanna, uno dei maggiori esperti di relazioni internazionali – tutti sanno che devono fare affari con Pechino ma nessuno vuole applicare quel modello». In sostanza la Cina ha rapporti d’affari, ma di fatto zero alleati. Una mancanza che Xi sostituisce con l’offensiva della generosità: offrendo per esempio vaccini ai Paesi più poveri o nel proporre prestiti per costruire infrastrutture in Africa o in America Latina, ma condizioni durissime. In caso non si saldassero i conti nei tempi previsti, il governo cinese si prende pezzi dello Stato indebitato (i contratti contengono clausole che lo prevedono espressamente). È già successo con un porto nello Sri Lanka.

La diplomazia della minaccia 

L’arroganza prende la voce dei cosiddetti Wolf Warriors, diplomatici sparsi per il mondo che sostengono, fino alla minaccia, le posizioni di Pechino. Zhao Lijian, un portavoce del ministero degli Esteri, per esempio rispose in questo modo a chi criticava la scarsa qualità delle mascherine antivirus esportate dalla Cina: «Se qualcuno sostiene che l’export cinese è tossico, allora smetta di indossare mascherine e abiti protettivi Made in China». La Wolf Warrior Diplomacy serve a Pechino per accompagnare azioni concrete. Per esempio, nell’aprile dell’anno scorso il Vietnam si lamentò perché un suo peschereccio era stato affondato dalla guardia costiera cinse vicino alle isole contese Paracel. Pochi giorni dopo Pechino dichiarò come proprie 80 isole nel Mare Cinese Meridionale.

La posizione di Europa e Usa

Può il Capitalismo Politico cinese (come lo chiama Branko Milanovic nel libro «Capitalismo contro Capitalismo») essere il modello alternativo a quello occidentale? Xi Jinping sostiene che quello è il futuro. Dice che la Cina ha dimostrato che il capitalismo centralizzato è la strada per il successo economico e per battere la povertà; che si tratta di un modello superiore a quello occidentale che ha provocato la crisi finanziaria del 2008; che ha risposto alla pandemia in modo molto più efficace delle politiche di Stati Uniti ed Europa. È una sfida aperta. Biden punta a costruire alleanze di democrazie e di Paesi che rifiutano l’egemonia cinese. Una sfida che l’Europa solo da pochissimo tempo inizia a concepire: ancora a fine 2020 ha firmato un accordi per gli investimenti con Pechino che le autorità cinesi hanno salutato come una vittoria su Biden che stava per entrare alla Casa Bianca; vedremo se supererà la prova del parlamento europeo e dei parlamenti nazionali che lo devono ratificare. Più in generale i maggiori Paesi europei, Germania in testa, dovranno decidere se mettere al primo posto le relazioni commerciali o considerare anche il fatto che la Cina di Xi è un concorrente non solo di business ma di sistema, alla ricerca dell’egemonia.

Fonte: Corriere della Sera-dataroom@rcs.it, 05/05/2021

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