Cina, quando la concorrenza è distorta. Dall’illegalità. Il caso-Prato

Roma è stata ribalta di un convegno dal titolo “Ombre cinesi sull’economia italiana” in cui si è discusso in termini socio-economici di un aspetto ormai rilevante per molte città italiane. Perché se è palese la penetrazione dei prodotti ‘made in China’ in tutto il mondo, altrettanto non lo è la casistica legata alle politiche non corrette che determinano dumping sociale, concorrenza sleale, desertificazione d’impresa.
Accade peraltro che mercato e concorrenza si intersechino con un altri aspetto: quello dell’immigrazione. E può apparire assurdo, ma la notizia che Prato si sia opposta all’arrivo dei migranti in fuga dal Nordafrica rischia di essere irrilevante di fronte al malessere di una città “Lasciata da 15 anni sola”, come ha affermato Giorgio Silli, assessore all’Immigrazione e all’Integrazione del Comune toscano. A Prismanews ha dichiarato che “Il tessuto sociale della città può permettere l’integrazione a patto che ci sia un’equa distribuzione di stranieri sul territorio; a Prato vi sono 60mila stranieri su 200mila abitanti: un rapporto non equilibrato, ecco perché abbiamo rifiutato il nostro appoggio all’ospitalità dei migranti… Il nostro sistema già oggi non regge, cosa accadrebbe con ulteriori presenze extracomunitarie? Da cattolico, da uomo di Destra, dico che non è possibile mandare via chi ormai è entrato in Italia ma dico pure che è indispensabile regolare gli ingressi”.
Vista dalla Capitale, la situazione ha le parole di Ugo Cassone, presidente della Commissione Commercio del Comune: “Ogni integrazione passa attraverso il rispetto della legge; già nel 2008 Tremonti aveva preconizzato che ‘La Cina avrebbe mangiato’. E noi siamo stati complici/vittime, lasciando che al rione Esquilino si creasse una Chinatown dove l’integrazione è impedita dagli stessi cinesi, che ne hanno fatto zona chiusa… e dove peraltro si registra un alto tasso di rapine ed estorsioni”.
L’idea che potesse trattarsi di un’assemblea a voce unica l’ha smentita la presenza di Gabriele Cimadoro (Idv), il quale ha illustrato la proposta di legge bipartisan (primo firmatario Alessandro Pagano, Pdl; secondo Ugo Sposetti, Pd) adesso in fase di audizione alla Camera dei Deputati e concernente il divieto di produzione, importazione e commercio di merci prodotte mediante l’impiego di manodopera forzata e schiavitù. Cimadoro ha affermato che “Senza norme non potremo arginare un fenomeno che sta proliferando in Campania, vale a dire all’interno del nostro Passe, ma che si alimenta pure dall’esterno a causa delle sempre maggiori quantità di merci partite dalla Cina. L’impegno è far capire alle autorità cinesi che Laogai, contraffazione, schiavitù, mercato nero, non possono essere le condizioni del commercio… Io sono di Bergamo e porto a testimonianza l’intera Val Seriana dove 200mila residenti si sono visti cancellare un intero settore tessile dalla concorrenza asiatica”. Settore tessile di cui Prato era la capitale europea prima che arrivasse l’onda lunga dall’Estremo Oriente. La massiccia presenza di cinesi ha dato vita a distretti manifatturieri paralleli “In cui l’illegalità è prassi”. Ma di chi la colpa? Silli ha puntato più sulle amministrazioni locali che “Non sono riuscite a regolare il fenomeno, a volte nascondendolo per non perdere consenso elettorale”. Controprova? I reati compiuti dalla micro-criminalità a danno delle donne cinesi: coloro che hanno sempre denaro contante in borsa e che per tale ragione sono “attenzionati”. E chi ha contante lo impiega, spesso, per non lasciare traccia dell’eventuale pagamento. Evidente tuttavia che il rischio della strumentalizzazione sia sempre in agguato e Silli l’ha sottolineato. Alla stregua di Pagano per il quale “Abbiamo tutti l’ambizione di fare una piena e reale integrazione, ma sperare da solo non basta. Le future generazioni dovranno vivere l’inclusione sociale reciproca però occorre partire fin da subito”. Ma come ci si può integrare se esiste un freno gigantesco come il Laogai? Lo ha chiarito Toni Brandi, presidente del ramo italiano della Laogai Research Foundation di Washington.
“Laogai significa, in cinese, ‘riforma attraverso il lavoro’: niente altro che una pratica attuata in prigioni-lager dove il metodo è il lavaggio del cervello e la schiavitù del lavoro. Ne esistono più di mille in Cina, dove 3/5 milioni di individui e pure bambini lavorano fino a sedici ore al giorno per produrre ogni tipo di merce, che poi entra nella distribuzione italiana. Che le prigioni siano produttive potrebbe non fare scandalo, anzi; ma in Cina il sistema induce a incarcerare un numero sempre maggiore di persone, a prescindere dalla loro colpevolezza”. Accade che in Europa l’importazione di tali merci prodotte nei Laogai sia possibile perché “Né la Ue né gli Stati membri hanno norme restrittive in materia. Noi lavoriamo affinché tale situazione cambi. Va pure detto che la legislazione attuale non è stata ripresa dagli accordi del WTO ed è pertanto ignorata da Pechino. Neppure l’Italia è estranea a un’applicazione ‘locale’ di tale pratica, resa attuale dai laboratori clandestini che ne sono una fedele fotocopia. La stessa importazione di alimentari come i semi-lavorati al pomodoro origina sospetti, visto quanto elaborato da Coldiretti e diffuso da un report della Fondazione, dove si scrive che “Ogni giorno nei porti italiani arrivano in media mille fusti da 200 kg. di concentrato di pomodoro cinese, nonostante la Cina abbia avviato questa produzione solo negli anni Novanta”. La qualità del prodotto lascia spalancate le porte al dubbio – la Cina impiega infatti anti-parassitari altrove banditi – così come alla domanda se sia sempre lecito sacrificare tutto, compresa la dignità, al prezzo di mercato.

Fonte: Prisma News, 4 aprile 2011

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