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Cina più ricca, popolazione più povera. E’ urgente un nuovo modello di sviluppo

A luglio Pechino registra un surplus di 28,7 miliardi di dollari negli scambi commerciali. Ma esperti dubitano che di questa ricchezza beneficino i cittadini. Un modello economico orientato a favorire le esigenze dell’industria anche a danno della popolazione. Per proseguire la crescita, occorre ripensare il modello di sviluppo.
Le esportazioni cinesi superano per 28,7 miliardi di dollari le importazioni a luglio, record dal gennaio 2009. Il dato suscita tuttavia preoccupazione tra gli economisti, che ritengono necessario che l’economia del Paese non dipenda anzitutto dalle esportazioni e che cresca invece la domanda interna. A luglio ci sono state esportazioni per 145,52 miliardi di dollari (+38,1% rispetto al luglio 2009) e importazioni per 116,8 miliardi (+22,7%). Peraltro tutti ritengono che l’aumento delle esportazioni dipenda dai bassi costi della produzione (anzitutto con riguardo al costo della forza-lavoro) e dal valore di cambio dello yuan tenuto basso in modo artificiale. Da tempo Stati Uniti ed Europa insistono perché Pechino riveda il cambio allineando il renminbi al valore effettivo, cosa che Pechino rifiuta anche per timore di contraccolpi sull’export. La Cina nel 2009 ha superato la Germania come massimo esportatore mondiale. Analisti osservano che all’aumento delle esportazioni non corrisponde un pari aumento del consumo interno e del reddito pro-capite. Anche se le importazioni a luglio sono cresciute del 22,7%, registrano un rallentamento rispetto a giugno (+34,1%) e molti ritengono che siano legate soprattutto all’acquisto di materie prime e componenti semilavorati, piuttosto che di prodotti per il consumo interno. Infatti la crescita del consumo interno non corrisponde alle attese del governo e gli esperti concordano che appare trainata dai robusti finanziamenti e sussidi erogati da Pechino negli ultimi anni, piuttosto che corrispondere a un’espansione strutturale. Ora si attende di vedere i dati della seconda metà del 2010, quando l’impulso di sussidi e finanziamenti pubblici si sarà attenuato. Michael Pettis, professore di finanza alla Scuola di amministrazione Guanghua presso l’Università di Pechino, osserva che solo una piccola parte della ricchezza nazionale costituisce il reddito della popolazione, la quale, quindi, ha limitate possibilità di consumo. Decine di milioni di persone, come gli operai migranti, vivono con salari minimi, il cui potere di acquisto negli anni è diminuito a causa dell’inflazione maggiore degli aumenti di salario. Fan Gang, professore di economia presso l’Università di Pechino e membro del Comitato di politica monetaria della Banca del Popolo di Cina, osserva che nel lungo periodo la crescita dell’economia non potrà continuare, se non sarà sostenuta dalla crescita del consumo interno. Per decenni Pechino ha favorito soprattutto gli investimenti per la creazione di fabbriche e infrastrutture industriali, ma con scarsa attenzione alle conseguenze per l’ambiente e con una politica di espropri forzati a danno dei residenti e a beneficio delle imprese, nonché tenendo molto basso il costo della forza-lavoro. Di conseguenza, seppure l’industrializzazione del Paese è aumentata in modo vertiginoso, la ricchezza della popolazione non è cresciuta in modo corrispondente. Anzi, talvolta la crescita nazionale è avvenuta proprio a danno della popolazione: ambienti inquinati con  distruzione di coltivazioni e allevamenti, espropri immobiliari selvaggi, redditi bassi nemmeno allineati con l’aumento del costo della vita. La conseguenza è stata anche un’elevata conflittualità sociale, con oltre 87mila proteste di piazza nel 2008 per ragioni economiche. Questa situazione ha portato la parte abbiente della popolazione a risparmiare e a investire in beni che portano reddito, con speculazioni in borsa e soprattutto con acquisti immobiliari: i prezzi degli immobili nelle maggiori 70 città sono cresciuti del 10,3% a luglio, secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica, nonostante gli interventi del governo per raffreddare il mercato, nel timore che esista una bolla speculativa che potrebbe scoppiare distruggendo i risparmi di intere famiglie. Peraltro per mantenere elevate le esportazioni Pechino deve tenere basso lo yuan, cosa che rende costose le merci e i prodotti esteri, come pure deve contenere i costi della produzione, cosa che avviene spesso a danno dei diritti dei lavoratori e dei cittadini. Si attende di vedere che modello di sviluppo sarà proposto da Pechino che, intanto, inizia a colpire le industrie più scorrette: due giorni fa il ministro per l’Industria e l’Informazione tecnologica ha ordinato la chiusura, entro la fine di settembre, di oltre 2mila aziende ritenute molto inquinanti, ovvero inefficienti, o non in regola con le misure antinfortunistiche.

Fonte: Asia News, 10 agosto 2010