Cina: Pechino e la psicosi per i “segreti di Stato”

Nonostante sia ormai alle spalle l’anniversario blindato del massacro di piazza Tienanmen, la psicosi della dirigenza cinese per tutto ciò che potrebbe danneggiare l’immagine di Pechino rimane ai massimi livelli. In questo senso non deve stupire particolarmente un recente ed ennesimo giro di vite sulle norme che puniscono la diffusione dei “segreti di Stato”, provvedimento che mira a colpire i rari organi di stampa e giornalisti (ma non solo) che si dimostrano critici nei confronti del partito Comunista.

Hong Kong, l’immagine della giornalista arrestata Gao Yu attaccata ad una bandiera vicino all’ambasciata cinese

Non che leggi simili già non esistessero, sia chiaro. Tuttavia, se in precedenza ad essere puniti erano solo coloro che divulgavano senza autorizzazione centrale i segreti di Stato, con le nuove norme la musica è cambiata sensibilmente. Come si può leggere infatti sull’agenzia statale Xinhua, che ha riportato la notizia martedì citando l‘Amministrazione Statale cinese per Stampa, Pubblicazioni, Radio, Film e Televisione, ai reporter e in generale ai professionisti dei media è fatto assoluto divieto di “copiare, registrare o conservare segreti di Stato”, così come punibili ai sensi della norma, messa a punto alla fine di giugno dalle autorità di Pechino, sono anche i “i giornalisti e gli editori” o chiunque “parli privatamente o in scambi epistolari” dei segreti del Dragone.

Insomma, una differenza piuttosto sostanziale tra un prima di paranoia e un dopo di assoluta pazzia. Tanto che, riporta la stessa Xinhua, l’Amministrazione ha esortato gli organi di stampa e di informazione a “velocizzare e standardizzare” la firma degli “accordi di non divulgazione con i giornalisti in conformità della legge”.

Ai giornalisti, in sostanza, vengono tagliate le gambe ancora prima di poter cominciare il loro lavoro, o meglio, vengono colpiti ancora più duramente da una censura che opera ben prima della stesura di un articolo o della preparazione di un servizio. In questo modo, la punizione non interessa tanto coloro che criticano il Partito, eventualità che con le nuove norme non sarà più sostanzialmente possibile, bensì coloro che collezionano, diffondono, registrano o parlano, anche privatamente, di tutto ciò che rientra nei “segreti di Stato” scomodi a Pechino.

Tuttavia, benché sia piuttosto nota la fama del Dragone in materia di censura, è necessario specificare cosa si intende per “segreti di Stato”. Se quest’ultimi avessero, nella normativa cinese, confini ben definiti, allora le leggi non stupirebbero particolarmente, anche perché ogni singolo Stato tiene particolarmente ai propri segreti. Ciò che preoccupa, nel caso di Pechino, è proprio che con la scusa dei “segreti di Stato” si maschera un bavaglio enorme, asfissiante, capace di mettere in manette tanto un geologo di origini Statunitensi che otto anni fa divulgò dati sull’industria petrolifera cinese, quanto la giornalista settantenne Gao Yu, arrestata nel maggio scorso per aver diffuso “segreti di Stato” all’estero (secondo i più alle basi dell’accusa ci sarebbe una sua collaborazione con una testata on-line australiana) e costretta, davanti alle telecamere, a ‘confessare’ i suoi ‘reati’.

Insomma, i segreti del Dragone possono essere tutto e niente, possono essere effettivi o solo uno strumento di repressione. A livello normativo, questi sono regolati dalla Law on Safeguarding State Secrets, legge del 1988 che ha reso possibile far rientrare tra i “segreti di Stato” anche dati sull’inquinamento o sul numero delle condanne a morte annuali.

Fonte International Business Times,10/07/2014, http://it.ibtimes.com/articles/68327/20140710/cina-censura-segreti-stato-pechino-giornalisti-norme.htm#ixzz379b16an9

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