Cina, non si ferma la scia di violenza “ordinaria” creata dalla mancanza di giustizia

Questa mattina un uomo ha ucciso a colpi di coltello 3 persone a Shenzhen: è l’ultimo caso di una serie di omicidi compiuti da comuni cittadini che non riescono a farsi ascoltare dalle autorità e cercano di farsi giustizia con la violenza. Il governo, che impone ai tribunali la fedeltà al Partito, non sembra in grado di risolvere la questione.

Pechino – Non accenna a diminuire la scia di violenza “ordinaria” nelle strade cinesi: questa mattina un uomo – identificato solo come “He”, 41 anni – ha attaccato e ucciso a colpi di coltello una serie di passanti nel centro di Shenzhen, metropoli confinante con Hong Kong. Almeno 3 le vittime e altri 3 feriti gravi: la polizia ha fermato l’aggressore, che al momento è ricoverato perché ferito anche lui.

La pubblica sicurezza non ha spiegato il motivo alla base dell’aggressione. L’uomo, che viene da Jieyang nella provincia meridionale del Guangdong, è però solo l’ultimo di una serie di attentatori che nelle ultime settimane hanno scatenato il panico in diverse città del Paese. Tutti erano mossi, secondo le ultime ricostruzioni, dalla frustrazione per non aver ottenuto giustizia in casi relativi alla pianificazione familiare o alla situazione lavorativa.

Lo scorso 26 luglio un uomo ha dato alle fiamme un centro per lungodegenti, uccidendo 11 persone, per una disputa non risolta riguardo il proprio salario. Il giorno prima Dang Jinhua, 38 anni, ha ucciso a coltellate 5 persone e ferito in maniera grave altre 3 nella capitale della provincia centrale dell’Henan: secondo la polizia, alla base del gesto c’era una competizione commerciale scorretta non risolta dalle autorità.

Il 22 luglio, infine, un uomo della provincia meridionale del Guangxi è entrato nel locale Ufficio per la pianificazione familiare e ha ucciso 2 persone, ferendone altre 4, sempre con il coltello per una questione legata alla legge sul figlio unico. L’uomo è stato arrestato ed è in attesa di giudizio, ma probabilmente – secondo i media locali – sarà condannato a morte con procedimento diretto.

Il governo ha cercato di fermare questa scia di violenza bandendo il libero acquisto di coltelli nelle metropoli, ma la misura si è rivelata talmente inutile che ha revocato il bando dopo 48 ore. Inoltre, parlando con il Global Times, un funzionario di polizia di Pechino ha ammesso che è “quasi impossibile” prevenire casi del genere, che derivano dalla repressione e dalla frustrazione di comuni cittadini senza precedenti penali e quindi lontani dai radar della pubblica sicurezza.

Diversi analisti sostengono che la vera ragione di questi attacchi di rabbia sia da imputare alla mancanza di giustizia in ogni settore della vita pubblica cinese. Gli attivisti per i diritti umani, che combattono contro gli aborti forzati e le requisizioni delle terre, sono arrestati e condannati a pene durissime; gli avvocati democratici, che cercano di agire nel solco del diritto e del rispetto delle leggi, subiscono prima enormi pressioni e poi anche loro detenzioni e abusi; i comuni cittadini, che a milioni presentano petizioni al governo centrale contro le ingiustizie subite nelle province, spariscono nelle “prigioni nere” gestite dalla polizia.

D’altra parte, tutti i leader nazionali hanno più volte sottolineato che la giustizia, il sistema giuridico e i tribunali devono fedeltà al Partito comunista e al governo: lo stesso Xi Jinping, nonostante le crociate moralistiche che ha lanciato sin dalla sua elezione, ha imposto questa forma di fedeltà al sistema giudiziario nazionale. Ma siccome il Partito è immerso nella corruzione, anche la giustizia ne resta inondata.

di Chen Weijun, AsiaNews 29 Luglio 2013

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