Migranti: orribile omicidio-suicidio, la povertà spinge giovane madre nel Gansu ad uccidersi con i suoi quattro figli

Il 26 agosto Yang Gailan, 28 anni, ha portato i suoi quattro figli (tre femmine e un maschio) in un luogo appartato dietro la loro abitazione ad Agu, un villaggio di 300 anime incastonato tra le montagne della provincia nordoccidentale del Gansu, dove circa la metà degli abitanti vive al di sotto della soglia di povertà. Li ha poi uccisi, somministrando loro dei pesticidi e prendendoli a colpi di accetta. La donna si è poco dopo tolta la vita, una sorte a cui ha ricorso anche il marito otto giorni più tardi, una volta scoperto di aver perso tutta la sua famiglia.

Mentre le cause del terribile gesto sono ancora poco chiare, la storia – diffusa a inizio mese dallo statale China Youth Daily – è diventata trending topic sui social cinesi. Dietro un virgolettato pronunciato da Yang in punto di morte («Sono stata costretta a farlo…») si nasconderebbe, infatti, una vita di stenti ai margini della società che rivela tutte le distorsioni della Nuovissima Cina: la frattura tra aree rurali e grandi città, la corruzione rampante dei quadri locali, lo strazio dei lavoratori migranti (nongmingong) e le promesse con cui Pechino si accinge a sollevare l’economia delle zone più arretrate lanciando un nuovo piano di urbanizzazione sostenibile in grado di fornire l’accesso al welfare anche alla popolazione fluttuante.

Secondo quanto riportato dal People’s Daily, la donna viveva in una casa di fango grazie ai 500 dollari che le mandava ogni anno il marito, un nongmingong impiegato in un’altra città della provincia. Da tempo l’abitazione necessitava lavori di manutenzione mai intrapresi a causa di dissidi con la famiglia allargata, mentre i bambini (tutti di età compresa tra i tre e i sette anni) si vedevano negato un futuro scolastico migliore nei centri urbani a causa del sistema di registrazione (hukou) che ancora i servizi di base al luogo di residenza, ma che Pechino sta cercando di liberalizzare.

Nel 2013 Yang aveva ricevuto un bonus per le famiglie a basso reddito, poi revocato sotto le pressioni esercitate dal comitato di villaggio, che riteneva il reddito famigliare più alto rispetto alla soglia di povertà (meno di 350 dollari l’anno). Un voltafaccia che – secondo la Shanghai TV – sarebbe dovuto in realtà all’irremovibilità con cui il padre e la nonna di Yang si erano rifiutati di pagare le tangenti necessarie all’ottenimento di un trattamento privilegiato. Insomma, anche stavolta a finire sul banco degli imputati è la corruzione, additata come la vera responsabile delle catastrofi che hanno scandito l’ascesa economica del gigante asiatico, dall’incidente ferroviario di Wenzhou all’esplosione del deposito industriale di Tianjin, passando per le «scuole di tofu» del Sichuan.

Nella giornata di sabato, le autorità della contea di Kangle di cui Agu fa parte, hanno annunciato punizione per sei funzionari locali, tre sottoposti a reclami verbali e altri tre a rischio licenziamento. «Le uccisioni hanno rivelato gravi problemi nel lavoro dei funzionari locali, molti dei quali portano responsabilità ineludibili, si legge nel comunicato ripreso dai media di Stato, che parla di «incapacità nell’attuazione delle politiche mirate ad alleviare la condizione di povertà». Ulteriori indagini per appurare eventuali «violazioni della disciplina» (leggi: corruzione) sono ancora in corso.

«Alcuni funzionari locali non hanno alcun interesse a risolvere il problema della povertà a causa dei ritorni troppo bassi e incerti», commenta ai microfoni del Global Times Yu Shaoxiang, esperto di sicurezza sociale presso l’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS). D’altronde, non capita di rado che i leader locali facciano sparire i fondi stanziati per la riduzione della povertà: sono 658 le persone coinvolte in progetti del genere ad essere finite tra le maglie della giustizia per sospetta «negligenza» tra gennaio e maggio, il 57,3 per cento in più su base annua.

Sebbene i dettagli del massacro rimangano ancora da chiarire (specie per quanto riguarda le cruente modalità d’esecuzione e il reale movente), l’opinione pubblica sembra già leggere la triste storia alla luce delle crescenti disparità economiche che caratterizzano il paese più popoloso del mondo «Formiche nell’era della prosperità» è il titolo di un articolo diventato virale sul web cinese, che partendo dalla parabola di Yang Gailan estende il discorso alla necessità di incrementare la mobilità sociale.

Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica, nel 2014, 82 milioni di cinesi vivevano ancora con meno di 1 dollaro al giorno, mentre il coefficienti di Gini, termometro della diseguaglianza sociale, segnava quota 0,469, oltre la soglia di guardia dello 0,4 calcolata dalla World Bank.

Come spiega al Global Times Dang Guoying, esperto di politiche rurali presso la CASS «il caso ha scioccato la popolazione urbana residente nelle città costiere sviluppate, perché la maggior parte dei cinesi non può nemmeno immaginare che milioni di persone vivono ancora in stato di povertà nelle campagne, specialmente trattandosi della seconda economia mondiale». Chi ci prova spesso finisce per appiattire il dibattito osservando la strage famigliare attraverso la prospettiva viziata della classe media urbana, quella che ancora domina il popolo della rete, mentre i ragionamenti dell’altra Cina, quella rurale ed emarginata, continuano a rimanere inespressi (per ulteriori interessanti chiavi di riflessione si veda il blog Chublic opinion).

Guardando a internet come a un prezioso barometro sociale, anche in questa occasione Pechino non ha mancato di analizzare gli umori del popolo, intervenendo al sopraggiungere di derive minacciose che rischiano di spostare il baricentro delle responsabilità dall’inefficienza locale al fallimento delle politiche centrali. Al montare delle polemiche, il 13 settembre una direttiva diramata dalle autorità a tutti i media ha ordinato la rimozione di qualsiasi contenuto ritenuto politicamente dannoso e vietato la pubblicazione di inchieste indipendenti sul caso. La distanza che divide il remoto paesino del Gansu da Zhongnanhai è più breve di quanto non asseriscano le mappe geografiche.

La realizzazione di una «società moderatamente prospera» costituisce uno dei punti salienti del tredicesimo piano quinquennale, approvato dal parlamento cinese lo scorso anno. Si parla di liberare dallo stato di indigenza 12 milioni di persone all’anno, per un totale di circa 70 milioni entro il 2020. Secondo i dati ufficiali negli ultimi 15 anni la Cina è riuscita a salvare dalla povertà 600 milioni di persone; 800 milioni dal 1978 a oggi, ovvero dall’inizio delle riforme lanciate da Deng Xiaoping. Un traguardo con il quale il regime cinese ha consolidato la propria legittimità agli occhi dei cittadini e di cui spesso si fa scudo contro le accuse mosse dall’Occidente in materia di diritti umani. Ma la crescita economica rallenta e con essa le occasioni di mobilità sociale. Nel 2011 più di 43 milioni di persone sono uscite dalla povertà, l’anno scorso solo 12 milioni.

Una soluzione c’è, tranquillizzano i leader cinesi. Come fa notare al Global Times Dang Guoying, «la tragedia di Yang mostra quanto sia difficile alleviare la povertà nelle aree rurali; questo a causa delle molte variabili coinvolte, inclusi gli interessi dei funzionari e quelli della popolazione locale. Ma se si trasferiscono i poveri nelle aree urbane l’obiettivo è di più facile risoluzione, perché ci sono maggiori risorse e servizi, migliori trasporti, più funzionari pubblici e trasparenza». Lo sanno bene i policy maker cinesi, che la scorsa primavera hanno annunciato un piano per trasferire entro l’anno almeno 2 milioni di poveri dalle aree più arretrate della Cina verso i centri meglio attrezzati quanto a servizi sociali e strutture assistenziali. Certo, a quel punto toccherà gestire nuovi grattacapi, come la necessità di impiegare manodopera non qualificata in un contesto votato allo sviluppo del terziario. Ma questa è un’altra storia.

China Files, 20/09/2016

English article, People’s Daily:

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