Cina, memorie di una tragedia rimossa

Alla Mostra del cinema di Venezia del 2010 fu presentato a sorpresa un film, La fossa (The Ditch) del regista cinese Wang Bing, che fece sensazione e per il quale non si esitò a parlare di capolavoro. Il film traeva origine da una raccolta di testimonianze di sopravvissuti al campo di concentramento di Jiabiangou, nella provincia del Gansu. Qui erano rinchiuse le vittime, per lo più intellettuali e funzionari governativi, della campagna lanciata nel ’57 contro gli esponenti della destra. Dopo aver sollecitato la critica sull’operato del Partito, Mao stabilì che si era andati troppo oltre e mise fine al movimento, noto come «I cento fiori», con la repressione. Campi del genere erano chiamati di «rieducazione attraverso il lavoro manuale» e le condizioni di vita erano durissime. Il campo di Jiabiangou era stato originariamente costruito per contenere al massimo cinquanta detenuti, e non era in condizioni di sostenere i tremila «elementi di destra» che vi furono destinati. Alle «normali» condizioni si aggiunse la terribile carestia seguita alla fallimentare politica del Grande Balzo in Avanti. Solo cinquecento sopravvissero, gli altri morirono di fame. L’autore della raccolta, lo scrittore Yang Xianhui, venne a conoscenza della tragica sorte dei rinchiusi a Jiabiangou nel 1965, quando, giovane idealista, andò a lavorare in un’azienda agricola collettiva nel deserto del Gobi allo scopo di sviluppare l’arretrato nord-ovest. I tempi non erano maturi per svolgere indagini e solo nel ’97 poté dedicarsi a ricostruire la vicenda. Nessuno però gli diede il permesso di accedere agli archivi e la sua unica fonte divennero i sopravvissuti. Per cinque anni Yang ha rintracciato, incontrato e intervistato oltre cento persone, non tutte disposte a raccontare, per paura di ritorsioni. Le storie dei singoli sono state poi «scritte» da Yang, per sistematizzarle e per conferire loro uno status letterario che ne avrebbe facilitato la divulgazione. Pubblicata nel 2000 sulla rivista «Letteratura di Shanghai» («Shanghai wenxue»), la prima memoria, La donna di Shanghai, suscitò molte discussioni. Nel 2003 uscì una selezione di testimonianze nella raccolta Addio a Jiabiangou («Gaobie Jiabiangou»), da poco riedita col titolo Memorie di Jiabiangou (Jiabiangou jishi). Una selezione di queste storie è stata tradotta in inglese nel 2010 e ora la casa editrice Lupetti ne propone meritoriamente la versione in italiano (La donna di Shanghai, pp. 314, euro 16). Le agghiaccianti memorie raccolte da Yang testimoniano le tremende condizioni di vita nel campo e le reazioni verso le difficoltà estreme di chi vi era rinchiuso, nel loro misto di orrore, dolore, bestialità. Lo stile nitido, senza aggiunte retoriche né sconti, conferisce alla narrazione una dignità e una tragicità di stampo greco. Fra le testimonianze più impressionanti ci sono quelle che riferiscono gli episodi di cannibalismo. In «La donna di Shanghai» la moglie di un recluso compie il lungo viaggio fino a Jiabiangou per far visita al marito. I compagni di cella esitano a dirle che è morto, ma ancor di più sono riluttanti a mostrarle la tomba, dove potrebbe rimanere straziata alla vista del cadavere mutilato. «Sul treno» è una storia sui labili confini tra bene e male in una situazione ai limiti dell’umano, e sul trionfo dell’umano, nonostante tutto. Un detenutodi nome Li scopre che la notte un compagno di prigionia, Wei, va a mangiare le interiora dei cadaveri. Inorridito lo denuncia alle guardie del campo, le quali non sanno come trattare il caso se non da un punto di vista di condanna morale, poiché profanare i morti non è un reato. Decidono però di punire l’uomo legandolo secondo un sistema che non fa circolare il sangue e lo gettano in una fossa. Ma sentendo così precaria la sorte sua e dei compagni, Li si pente della propria delazione e riesce a far rilasciare Wei e a curarlo. Quando Wei si riprende, scappano insieme dal campo. «Il ladro» racconta la lotta per la sopravvivenza di una persona per bene, che non abbandona mai la voglia di vivere, comincia a rubare spinto dalla fame e non può più smettere, nemmeno una volta rimesso in libertà. Anche arrivare a sfamarsi può essere pericoloso: nell’«Abbuffata di patate» un gruppo di detenuti viene mandato in un vicino distretto per prendere un carico di patate. Sulla via del ritorno se ne spartiscono un sacco, ma ne mangiano troppe e alcuni di loro muoiono. «Jianong» è il nome di un bambino nato nel campo, l’acronimo in cinese di Azienda di Stato di Jiabiangou. Le donne erano una minoranza, diciannove su tremila, e anche se le loro condizioni erano leggermente migliori, il dolore per aver lasciato i figli e la loro esistenza alle spalle, causò suicidi e follia. La nascita del bambino diventa così per loro una ragione di vita e lo accudiscono in tutti i modi, soprattutto rubando il cibo. Bastava poco, del resto, per finire in questi campi, ad esempio disegnare un paio di baffi sul ritratto di Mao, come in «Odio la luna». L’arbitrarietà delle accuse emerge con chiarezza, ma molti condannati sperano che il Partito riconosca di averli accusati ingiustamente, vogliono riabilitarsi per essere reintegrati e riprendere una vita normale. Per questo per lo più non fuggono. Alcuni si sentono colpevoli, altri si pentono di essersi comportati superficialmente, altri sono impotenti, essendo stati condannati solo perché figli di capitalisti o proprietari terrieri. Quando la notizia dell’impressionante numero di morti a Jiabiangou raggiunse le autorità centrali a Pechino, il campo fu chiuso e partì un’operazione di camuffamento che produsse un gran numero di cartelle cliniche false, nelle quali non si citava mai la fame fra le cause della morte dei detenuti. Il libro ha potuto circolare in Cina perché ha una veste letteraria e non denuncia apertamente il Partito. Il cambiamento di rotta inaugurato da Deng Xiaoping mise fine alla Rivoluzione culturale, le vittime vennero riabilitate, la lotta di classe fu dichiarata chiusa. Si voltò pagina spingendo l’acceleratore sullo sviluppo economico e sul miglioramento delle condizioni di vita. Il nuovo contratto tacitamente stabilito con il popolo chiedeva consenso in cambio della fine delle persecuzioni politiche e la promessa del benessere materiale. Guardare indietro oggi è pericoloso, implica fare i conti con una struttura che è sempre rimasta al potere e non va messa in discussione, anche perché alle tragedie del popolo cinese si è aggiunta quella di Tiananmen. E la memoria, che mette in luce come tanta gente abbia sofferto inutilmente, va disincentivata.

Maria Rita Masci

Fonte: Manifesto, 11 febbraio 2012

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