Cina: “lista stabilisce che solo 381 agenzie cinesi forniscono informazioni corrette, le altre falsità”

Sul fatto che la censura mediatica fosse una priorità per Pechino non vi era alcun dubbio, ma quanto sta avvenendo in questi ultimi giorni in Cina è agghiacciante. Risale a giovedì, infatti, l’annuncio da parte del garante regolatore del ciberspazio sulla creazione di una “lista bianca” composta da 381 organizzazioni mediatiche.

Il provvedimento renderebbe le suddette organizzazioni come le uniche aventi diritto a vendere i propri articoli e foto online alle altre testate giornalistiche per diffondere simultaneamente le informazioni e dunque le sole approvate dallo stato.

Ne deriva che tutti i siti internet devono necessariamente limitare le loro azioni e il numero di notizie comprandole esclusivamente dalle agenzie presenti nella lista. Inoltre, “la fonte del contenuto deve essere chiaramente indentificata e le informazioni non devono essere travisate” secondo quanto riportato dall’amministrazione cinese nel suo sito ufficiale.

Questo provvedimento avrebbe come fine, secondo quanto dichiarato dal partito, di stroncare sul nascere la fuoriuscita di “false informazioni”, ma è evidente che pone un divieto assoluto e vergognoso alla libertà di stampa, legalizzando azioni contro ogni scrittore o agenzia che divulghi informazioni scomode alla dittatura.

Non a caso nella lista figurano soltanto organizzazioni famose per essere fedelissime ai vertici o già soggette a una stretta censura da parte del governo.

La nuova operazione ha lo scopo di rendere la stretta ancor più capillare sul territorio cinese. Siti considerati all’avanguardia come il Southern Metropolis Daily e il 21st Century Business Herald non compaiono nella lista, il che significa che non possono distribuire i loro contenuti ad altri siti.

Secondo l’attivista Wu Gan, conosciuto in rete come “The Burtcher” – Il Macellaio -, lo stato sta passando da un approccio passivo ad uno attivo per quanto riguarda la repressione della rete. È ragionevole quindi credere che assisteremo a un crescente peggioramento delle restrizioni sulla libertà di informazione in Cina.

Concordano con lui anche diversi eminenti esperti del settore, tra cui l’avvocato Wang Quanping, che fa notare l’inasprimento delle pratiche oppressive a partire dagli eventi di Guangzhou, nel gennaio 2013, quando ci fu una protesta fuori dagli uffici di alcune agenzie di stampa che avevano reagito alla forte censura impostagli. L’evento causò delle forti ripercussioni sociali, ma prosegue asserendo che difficilmente questi provvedimenti porteranno a una maggiore stabilità della comunità come auspicato dal governo perché “senza giustizia non può esservi stabilità”.

La Cina è ora ottava nella lista dei regimi più repressivi al mondo, questo secondo il rapporto newyorkese del “Comitato per la Protezione dei Giornalisti” (CPJ). A farne maggiormente le spese sono i coraggiosi giornalisti che si trovano ora dietro le sbarre tra cui Gao Yu, accusato di aver fatto trapelare segreti di stato all’estero, in particolare il Documento N.9, che già circolava in rete.

Il documento contiene la lista dei 7 tabù imposti da Pechino, nello specifico si tratta di evitare dibattiti pubblici – inclusi quelli online o nelle scuole ed università – sulla libertà di stampa, sulla democrazia, sull’indipendenza giudiziaria e sulla critica della storia del partito.

Con il peggioramento costante delle violazioni delle libertà d’espressione e parola non si può che essere sconcertati e colti da un brivido misto di ribrezzo e rabbia nei confronti dell’oppressore statale, consci che i provvedimenti non porteranno altro che malessere sociale e all’impoverimento della possibilità di accesso alle informazioni, basilari per lo sviluppo non solo degli individui, ma anche di un popolo liber0.

Radio Free Asia,07/05/2015

330px-Red_hand.svg Laogai Research Foundation,11/05/2015

English article,Radio Free Asia: 

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