Cina: Linea dura contro i manifestanti dello Xinjiang

A nord ovest della Repubblica Popolare Cinese, al riparo dall’umidità degli oceani e circondato da sterminate praterie, lo Xinjiang o Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang è la provincia più arida di tutta la Cina.
Non solo in questo, tuttavia, risiede l’unicità dello Xinjiang.
Confinante a sud con la regione autonoma del Tibet, ad est con la Mongolia, a nord con la Russia e ad ovest con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e Kashmir, lo Xinjiang (che letteralmente significa “Nuova Frontiera”) è altresì la provincia cinese che ospita il maggior numero di Musulmani Turcomanni, definizione invero generica che ricomprende, tra le altre, l’etnia degli Uiguri che, solo in questa provincia, rappresentano la maggioranza etnica della popolazione residente.

Gli Uiguri sono considerati l’etnia musulmana di lingua turca più importante dell’intera Asia Centrale e, nello Xinjiang, convivono con gli Han, ovvero sia il gruppo etnico che costituisce circa il 92% della popolazione cinese ed il 19% dell’intera popolazione mondiale.
Come si sa, tuttavia, la convivenza tra gruppi etnici differenti non è mai cosa semplice e, questo è certo, quando le differenze culturali si estendono anche a questioni di religione, allora lo scontro risulta viepiù una minaccia incombente.

Tenendo a mente ciò risulta facilmente intuibile come le ragioni che infiammano gli animi degli Uiguri si estrinsechino e prendano forma nelle tendenze separatiste che, insieme al malcontento per una convivenza sempre più scomoda, da anni serpeggiano per le vie del capoluogo Urumqi; sarebbe infatti volontà dell’etnia musulmana conquistare l’autonomia da una Pechino che, al contrario, ben si guarda dal concedere loro un tale privilegio.

Al contrario sembra essere interesse e priorità della Cina reprimere in ogni maniera – rispettosa o meno che sia dei diritti umani – la spinta separatista che accende le folle rivoltose del nord ovest facendo, nel caso, anche piazza pulita di chi, dissidente, non vuole chinare il capo ad un regime dalle note ormai davvero demodé.

La scintilla che fa esplodere la polveriera, questa volta, è l’urlo di una ragazza diciannovenne di etnia Han, Huang Cuilian, che assunta da un paio di mesi presso la fabbrica di giocattoli «Early Light» di Shaoguan, per sbaglio si è trovata a camminare nel dormitorio degli uomini.
Spaventata, non si sa poi neppure da cosa, ha urlato e nel suo acuto, rimbalzato veloce tra i corridoi dei dormitori della Early Light sino alle piazze principali delle città, la sua gente ha voluto sentire la storia di uno stupro mai esistito, mai neppure lontanamente sfiorato.
Questo il pretesto per uno scontro la cui reale genesi, come detto, affonda le proprie radici in questioni ben più serie, tangibili e reali.

Per quasi una settimana, gli scontri tra gli Han, difesi (ed appoggiati) dalla polizia locale e gli Uiguri hanno assunto il macabro aspetto di guerriglia civile, rendendo le strade di Urumqi un vero e proprio campo di battaglia, così come testimoniato dalle tante foto mostrate in prima pagina dalle testate più importanti di un po’ tutto il mondo.

Finanche la stampa locale, operante dichiaratemene all’ombra del regime, ha riportato notizie allarmanti, dalle quali si apprende come la rivolta abbia causato più di un centinaio di vittime (si parla di 160, ma il bilancio è solo tristemente provvisorio)  e circa un migliaio di feriti.

Le autorità locali, nel tentativo di tenere sotto controllo la popolazione nonché per evitare l’ulteriore degenerare di una situazione già seriamente compromessa, hanno dato inizio ad un escalation di provvedimenti ad hoc iniziati con la dichiarazione di un coprifuoco, che però non ha dato i frutti sperati, e spintasi fino all’agghiacciante estensione della pena capitale che il capo del Partito Comunista di Urumqi, in una conferenza stampa, ha dichiarato essere applicabile per gli agitatori di folla – si legga per gli Uiguri – ritenuti colpevoli di turbativa all’ordine pubblico.
Le strade sono così costellate di uomini in divisa che hanno l’ordine di arrestare chiunque protesti o manifesti.

Si segnala inoltre che una Pechino in serio imbarazzo nei confronti di una comunità internazionale preoccupata dalle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime, forse per scaricare altrove parte della propria responsabilità per gli accadimenti di questi giorni, ha rivolto accuse, tra gli altri, a Rebiya Kadeer, leader Uiguri dissidente ed in esilio, cui è stata attribuita la maternità dell’iniziativa delle proteste che hanno poi dato inizio ai drammatici scontri di cui siamo ora testimoni.
Da parte sua però, la Kadeer nega ogni coinvolgimento con i disordini affermando di “non aver mai chiesto a nessuno, in nessun momento, di dimostrare in piazza”.

La situazione è, in finale, molto complicata, tanto che il premier cinese Hu Jintao, che si trovava in Italia per il G8, ha dovuto rientrare in patria anzitempo in fretta e furia per tentare di mettere un po’ di ordine nella polveriera del nord ovest cinese.
I disordini di Urumqi hanno messo in movimento anche le istituzioni europee, preoccupate per le possibili, invero molto probabili, violazioni dei diritti umani correlate alla dura repressione in atto.
In proposito, il nostro Ministro degli Esteri Franco Frattini, ha dichiarato che: “Il governo sta lavorando affinché l’Ue adotti una dichiarazione comune, al cui contenuto ci rimetteremo. A Hu Jintao abbiamo anticipato la volontà di avere un dialogo a tutto campo: il che vuol dire rispettare la politica cinese di integrità territoriale, che per un Paese così grande è una politica di sopravvivenza, e al tempo stesso aprire un dialogo su tutti i temi, diritti umani compresi”.

Pare che la situazione stia lentamente rientrando nella normalità, una normalità tuttavia precaria, ottenuta solo grazie all’intervento massiccio delle forze dell’ordine costrette a tenere le due fazioni separate attraverso sbarramenti nelle strade e nelle piazze.
È chiaro che la convivenza delle due etnie sta scricchiolando sempre più ed è lecito domandarsi quanto a lungo i cordoni della polizia potranno dividere fazioni sempre più facinorose.

fonte: Melting pot on Web, 13 luglio 2009

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