Cina. Le donne che fanno tremare il regime”

“A un tratto mi parve di sentire un leggero movimento proveniente dal secchio alle mie spalle e d’istinto guardai in quella direzione. Mi sentii gelare il sangue nelle vene. Con immenso orrore vidi un piedino che sporgeva dall’acqua. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Poi il piedino ebbe uno scatto. Impossibile! La levatrice doveva aver gettato il neonato vivo nel secchio dell’acqua sporca! Feci per lanciarmi sul secchio, ma i due poliziotti mi tennero saldamente per le spalle. ‘Non muoverti, non puoi salvarla, è troppo tardi!’. ‘Ma questo… è un omicidio e voi siete la polizia!’ (…) ‘Ma è una creatura viva!’, dissi con voce tremante indicando il secchio. (…) ‘Non è una creatura’, mi corresse (…) ‘Non è una creatura. Se lo fosse ce ne prenderemmo cura, non credi?’ mi interruppe. ‘E’ una bambina, e non possiamo tenerla’. ‘Quindi una bambina non è una creatura, e non potete tenerla?’ ripetei, sconcertata. (…) Un essere umano, vero e vivo, capace di dar vita a infinite altre vite…”.
(Xinran, Le figlie perdute della Cina, Longanesi)

Meglio tardi che mai. Nell’articolo “Cina. Le donne che fanno tremare il regime”, a firma di Giampaolo Visetti, oggi Repubblica racconta la «protesta rosa contro il potere rosso».

E’ mesi che sono su Twitter, anni che seguo quotidianamente la rassegna stampa. Ho letto tanti, tantissimi articoli sulle donne, sui diritti che rivendicano, ma rarissimamente, sui giornali che contano, o nei blog femministi, ho trovato proteste decise contro la selezione sessuale innescata dalla legge del figlio unico. O levate di scudi contro gli aborti volontari o coatti in Cina.

Non può non sorgere il dubbio che il tema sia politically uncorrect, perché sfiora la parola magica – lei sì “principio non negoziabile”! – che è “autodeterminazione”.
Sottointeso che se le donne cinesi scelgono di abortire “quel” figlio piuttosto che quell’altro, in fondo sono fatti loro.
E pazienza se a mancare all’appello, in Cina, sono oltre 400 milioni di persone. Pazienza se le mamme e i bambini, in Cina, sono – come scrive Visetti – «una razza in via d’estinzione in un Paese sempre più vecchio».
Effetti di una politica disastrosa. Effetti della nuova eugenetica, che seleziona – come può – i nascituri. Effetti della civiltà (!): uomini che si son voluti sostituire a Dio e, nel postmoderno delirio di onnipotenza, si son messi a giocare con il pallottoliere della vita (altrui).

Spiace che solo ora ci si svegli a raccontare il genocidio, la selezione sessuale, la rapina dei diritti, la vita negata, e la protesta di queste donne e madri coraggiose, e che in questi anni non ci si sia mai unanimemente schierati (donne e uomini) a denunciare la disumanità e l’irragionevolezza di tale politica distruttiva, o la sconcezza del divario tra i ricchi, che in Cina possono pagare le multe comminate ai trasgressori della legge (ed ora anche alle madri nubili), e i poveri, per i quali la spesa è stata da sempre inaffrontabile. Dov’erano, dove sono i paladini dell’egualitarismo?

Continua Giampaolo Visetti: «il movimento per la libertà femminile fondato a Shanghai ha scritto che “il governo cinese si illude di superare un fallimento (la legge del figlio unico) con un altro disastro (la persecuzione delle ragazze madri) e che la conseguenza sarà un nuovo boom di aborti, abbandoni, infanticidi e traffico di bambini”». E’ contro tutto questo che si schierano ora le donne cinesi, ma c’è un altro motivo di protesta.

E’ lo scandalo del latte tossico. In Cina solo il 16 % delle donne ha la possibilità di allattare, pena il licenziamento. Nel 2008, oltre 300 persone furono intossicate a causa del latte alla melanina e così, per non rischiare di intossicare i propri bambini, c’è chi alleva una capra in casa, chi si indebita per mantenere una balia o per acquistare latte di bufala, chi paga fino al quadruplo, rispetto al prezzo medio, pur di assicurarsi latte in polvere straniero. Questo accade, nel 2013.

Nelle tre pagine che oggi Repubblica dedica alla “rivoluzione rosa” è ospitato anche un intervento di Renata Pisu, che ricorda i «milioni e milioni di aborti, volontari o coatti: aborti dolorosi anche a gravidanza inoltrata, perpetrati su donne per lo più da altre donne (…) Aspirazione senza anestesia, allargamento del collo dell’utero, forcipi infetti, piccoli crani schiacciati con le pinze, urla di dolore e torrenti di sangue».

Vero che le riflessioni della giornalista, e l’appoggio entusiastico che offre a queste donne nascono dalla (sua) battaglia per la “privatizzazione del corpo”, secondo lo slogan «l’utero è mio e lo gestisco io». Ciò non toglie che su Repubblica finalmente compare, nero su bianco, la verità sul genocidio in Cina, sui suoi metodi disumani, sugli effetti disastrosi della pianificazione di Stato e della cultura della morte.

Ventiquattro anni fa i carri armati soffocavano nel sangue la rivolta degli studenti in piazza Tienanmen. Oggi sono le donne, milioni di donne, a preoccupare il regime. Rivendicano il diritto di diventare madri, di mettere al mondo più di un figlio.

Autore: Saro, Luisella Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Rivisitazione di Gianni Taeshin Da Valle 22 Luglio 2013

Clicc sul link per vedere il telereportage di Gianpaolo Visetti sull’argomento:
http://video.repubblica.it/rubriche/rnews/rnews-visetti-cina-le-donne-contro-il-regime/130609/129120

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