Cina, la riforma dei Laogai

I campi di concentramento dovrebbero sembrare una realtà lontana , giunti come siamo al terzo millennio, eppure in Cina non è così: essi esistono tuttora sotto il nome di Laogai (Laojiao). La loro istituzione è antica e risale al 1950, quando Mao Zedong portò per la prima volta i Gulag nella terra del Dragone. Ma mentre in Russia sono oramai uno scomodo ricordo, in Cina i campi continuano a “rieducare” attraverso pratiche brutali migliaia di prigionieri. In barba ai diritti umani. Si chiamano Laogai ma sono meglio conosciuti al di fuori della Cina attraverso il significato del termine, ovvero centri  di “rieducazione attraverso il lavoro”. Diffusi in tutto il territorio, ad oggi i campi sono attivi ed accolgono ancora tra le loro braccia migliaia di prigionieri. Si spazia da vari personaggi della grande e piccola criminalità a dissidenti, petizionisti, attivisti democratici; chiunque, in breve, possa esser bollato “pericoloso” dalla Repubblica Popolare. Ma come funzionano i laogai e cosa aspetta chi vi entra? Per prima cosa occorre notare come sia semplice mettervi piede e a dir poco ostico uscirne: una volta marchiati come nemici del socialismo, si apre la via verso i campi di concentramento. La detenzione non presume infatti un precedente processo: si può essere anzi prelevati da casa senza alcun avviso. La durata della rieducazione è di circa tre anni ma allorché un funzionario giudichi il prigioniero non del tutto riabilitato, scatta la prosecuzione della condanna. Ed una volta dentro ciò che aspetta i detenuti sono ore di estenuanti lavori forzati, almeno 18, insieme a torture e abusi di ogni tipo: dai pestaggi collettivi alle scariche elettrice, da digiuni in caso di mancato raggiungimento di determinati livelli di produzione ad aborti forzati – anche in gravidanza avanzata – per le incarcerate vittime di violenza entro le stesse mura della prigione, fino alle condanne a morte. Come i lavoratori a costo zero, la raccapricciante pratica del commercio di organi dei condannati rappresenta una valida operazione economica per il Dragone. Gli espianti, che vengono praticati senza alcun previo consenso da parte delle famiglie in causa, permettono infatti che gli organi possano esser venduti a facoltose famiglie cinesi, se non addirittura straniere. Oggi, però, la protesta monta, specialmente tra i comitati di lavoro, e le sollevazioni corrono anche online. La Repubblica Popolaresi trova così costretta a ripensare i propri campi di concentramento, e timidi primi passi vengono mossi dal Parlamento per allentare le tensioni di cittadini stanchi dei laogai e delle barbarie al loro interno. Da “centri di rieducazione” a “centri di correzione”. A cambiare è anche la denominazione dei campi stessi, che ora divengono centri di correzione, ma ciò che più conta è che da adesso ci sarà la possibilità, per chi viene incriminato, di ricorrere alla condanna. Non solo: tra le migliorie previste ci sarebbe perfino un dimezzamento della durata della pena, che passerebbe da tre anni ad uno e mezzo, il tutto nell’ottica di una trasformazione dei laogai da prigione a scuola. I dubbi, però restano, perché se è vero che il regime si sta applicando verso una ridefinizione dei campi di concentramento, rimane d’altra parte il fatto che la Repubblica Popolare si dimostri lontana dal rinunciarvi. Abolire un sistema che garantisce migliaia di lavoratori sottopagati e permette di perpetrare il sistema dell’intimidazione e del “lavaggio del cervello” sembra ancora chimerico, nonostante i diritti umani e civili continuino così ad essere calpestati.

Valentina Medori

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Fonte: Wakeupnews.eu, 19 settembre 2012

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