Cina, la raccolta intensiva dell’avorio del mare minaccia uno degli ambienti più ricchi di biodiversità al mondo

In cinese si chiamano «tchetchu». Sono considerate l’avorio della Cina, ma la loro raccolta intensiva, incoraggiata da Pechino negli arcipelaghi contesi con i paesi del Sudest asiatico, distrugge la barriera corallina.

La tridacna gigante è un bivalve tipico del mar Cinese meridionale che può raggiungere un metro di diametro e più di 200 chilogrammi di peso.

Viene raccolta sul fondo marino, più frequentemente allo stato fossile. La conchiglia viene poi scolpita in ogni foggia per creare oggetti preziosi e ornamenti venduti a diverse migliaia di euro a turisti e appassionati provenienti da tutto il mondo. E centinaia di pagine sono dedicate alle sculture in tridacna sui siti cinesi di vendite online.

La capitale mondiale della lavorazione della tridacna gigante è Tanmen, città portuale sull’isola di Haina, nel Sud del paese. Ai laboratori si alternano centinaia di negozi che offrono in vendita pezzi unici.

Ma la realtà è che diverse specie di questo bivalve sono protette e considerate a rischio. E soprattutto che questa varietà locale è all’origine della distruzione spettacolare della barriera corallina negli atolli e nelle isole Spratleys, un vasto arcipelago al largo delle coste vietnamite, filippine e indonesiane che la Cina rivendica nella sua totalità, nonché uno dei luoghi più ricchi di biodiversità al mondo.

La raccolta delle tridacna fossile, praticata per decenni dai pescatori di Tanmen, è diventata intensiva dal 2012, in concomitanza con la nuova offensiva di Pechino nelle isole Spratleys.

La Cina di Xi Jinping ha cominciato a convertire sette atolli in isole artificiali e basi militari «virtuali» dotate di piste di atterraggio e infrastrutture. I pescatori di Tanmen hanno, da quel momento, beneficiato di una grande indulgenza, quando non di un vero e proprio incoraggiamento, da parte delle autorità alla raccolta delle bivalve, in nome della «difesa della sovranità nazionale».

L’ampiezza del danno all’ecosistema sarebbe passata inosservata senza un rapporto della Corte di arbitrato dei diritti marittimi dell’Aja, che lo scorso luglio ha bocciato le rivendicazioni di Pechino sulle isole del Mar cinese. Per sostenere le sue conclusioni la Corte ha tenuto conto delle ricerche di numerosi biologi, secondo cui i danni alla vita marina sono incalcolabili e la superficie di barriera corallina danneggiata da questa pratica è pari ad almeno 70 chilometri quadrati. Il dito è puntato soprattutto sulle eliche delle barche, che vengono fatte girare a pieno regime per eliminare gli ostacoli, rappresentati dai rami di corallo e stanare le bivalve nascoste sotto la sabbia.

La Corte dell’Aja ricorda inoltre che, a seguito del tentativo di arresto di bracconieri cinesi da parte della marina filippina, Pechino ha inviato nell’atollo di Scarborough dei guardacoste per proteggerli. E prendere così il controllo di questo atollo, situato a 200 chilometri dalle coste filippine.

Dopo anni di boom e raccolta intensiva, le autorità cinesi hanno cominciato a correre ai ripari, rendendo fuori legge la raccolta e il commercio di tridacna oltre il valore di 500 mila yuan (69 mila euro). E rafforzando la legislazione in materia. Ma le falle (e le ipocrisie) sono ancora troppe.

Italia Oggi,Dicembre 31,2016

English article,Bloomberg: Islands of Mass Destruction

 

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.