Cina: la protesta dei tibetani di non festeggiare il Capodanno fa paura

di Nirmala Carvalho

Dharamsala, India – Students for a Free Tibet India (SfT) insieme con altri 3 gruppi di profughi tibetani (Tibetan Women’s Association, GuChuSum Movement e National Democratic Party of Tibet) hanno deciso di non celebrare il Capodanno tibetano, il prossimo 25 febbraio. Vogliono così commemorare i 50 anni dall’esilio del Dalai Lama e protestare contro la repressione cinese in atto nel loro Paese.

Il Losar, Capodanno tibetano, è la principale festa dell’anno: come per i cinesi, è celebrata con grandi feste nell’intero Paese che durano più giorni.

Tenzin Choeying (nella foto), responsabile di SfT, spiega ad AsiaNews che “non è possibile fare festa, quando ci sono uccisioni arbitrarie, arresti e torture” da parte delle autorità cinesi contro i tibetani. “Inoltre la storia mostra quanto siano importanti simili ‘occasioni culturali’: nel 1987 i monaci da tutti i monasteri sono venuti a Lhasa per il Monlam Chemo, una grande occasione di preghiera e di festa dopo il Capodanno, e questo ha portato a una prima grande protesta” contro il dominio cinese.

“La Cina – dice Tenzin – vuole mostrare al mondo che nel Tibet tutto è tranquillo, la gente è contenta perché è cresciuto lo standard di vita e ci sono solo pochi scontenti che protestano e causano problemi. Per questo le autorità cinesi hanno dato oltre 500 yuan ad ogni tibetano perché compri fuochi d’artificio per il Capodanno. Ma, intanto, a Xiahe (Gansu) la polizia ha informato gli alberghi che la città è chiusa per gli stranieri. Nel Tibet la polizia ha arrestato molti tibetani sospettati di sostenere una campagna contro le celebrazioni del Capodanno. Ci sono state incursioni nelle sale da tè, molto frequentate dai giovani, e sono state fermate e portate via persone in mezzo alla strada”.

“I giovani tibetani sono determinati. Per le Olimpiadi di Pechino, molti gruppi tibetani erano presenti e hanno protestato in molte città del mondo e questo ci ha dato fiducia a continuare la lotta per una soluzione non violenta della questione tibetana… Ma nel Tibet c’è un clima di paura, è come una ‘campo militare’, è in atto un’intensa repressione, con polizia armata per le strade che controlla ogni movimento della gente… La Cina vuole, con la forza bruta e l’immigrazione de cinesi di etnia Han, ridurci a una minoranza nella nostra stessa terra… Simili grossolane violazioni dei diritti umani non possono essere ‘ignorate’ dai leader mondiali, se davvero vogliono armonia ed eticità nel mondo”.

“Nella zona di Khum, a Pasho – prosegue – un giovane è morto dopo l’interrogatorio e mentre era custodia della polizia perché aveva molto insistito con gli amici di non fare feste per il Capodanno”.

fonte: AsiaNews, 17 febbraio 2009

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