Cina, la lotta all’inflazione potrebbe danneggiare borsa mondiale e commodities

Mentre l’attenzione dei media, e probabilmente di molti investitori, è concentrata sul fronte dei Pigs, sia che si utilizzi la versione dell’acronimo con una sola lettera i o con due (con o senza l’Italia insomma), c’è un altro fattore capace di condizionare in modo almeno altrettanto pesante i destini delle borse al quale non viene dedicata forse tutta l’attenzione che merita, ovvero quello del brusco risveglio dell’inflazione cinese. Inflazione che ad ottobre è salita al 4,4% (3,6% il mese precedente), il record da due anni circa a questa parte, e contro la quale il governo di Pechino, che ha un target di aumento dei prezzi al 3%, ha intenzione di combattere strenuamente. La crescita dei prezzi al consumo viene considerata in Cina un elemento che può favorire l’acuirsi delle tensioni sociali (basti pensare che a fronte di un incremento dell’inflazione del 4,4% ad ottobre i prezzi degli alimentari sono cresciuti di più del 10% e quelli degli ortofrutticoli addirittura più del 30%) e per questo motivo si è pronti ad adottare misure che possono frenare l’attività economica pur di tenere sotto controllo il fenomeno. La Banca centrale cinese ha già fatto sapere che a partire dal 29 ottobre aumenterà di 50 punti base il coefficiente della riserva obbligatoria delle banche commerciali (è la seconda volta che in poche settimane che viene adottata questa misura,  la prima il 10 novembre), ma quello che è peggio è il fatto il ricorso alla leva dei tassi sembra ormai inevitabile. Un primo assaggio lo si era già avuto il 19 ottobre, quando la Banca centrale della Cina era intervenuta sul costo del denaro per la prima volta dal 2007. E a questo intervento potrebbero seguirne presto altri, tanto che alcuni osservatori ipotizzano già una serie di almeno altri 3 aumenti consecutivi per portare il costo del denaro ai livelli desiderati entro l’inizio del 2011. In quell’area c’è già chi ha rotto gli indugi aprendo una strada che potrebbe essere ora seguita proprio dalla Cina: il 16 novembre la Banca Centrale della Corea ha alzato ancora i tassi (era già intervenuta a luglio) portandoli al 2,5%. Anche in questo caso, come potrebbe essere per Pechino, alla base dell’intervento la rapida crescita dei prezzi, in particolare di quelli degli prodotti agricoli. Del resto i tassi reali in Cina sono per il momento negativi, una situazione che potrebbe essere la fonte di un eccesso di investimenti e la causa di un ulteriore gonfiarsi della bolla immobiliare. Il rialzo dei tassi potrebbe quindi da un lato raffreddare il comparto immobiliare, facendo crescere il costo dei mutui, dall’altro rendere più appetibile per il risparmio domestico l’investimento in conti di deposito e titoli di stato. In ogni caso anche il solo incremento delle riserve obbligatorie a carico delle banche commerciali è una misura che tende a limitare la capacità di erogare credito al circuito economico, e quindi un freno alla crescita. Il rischio di un effetto domino, quando si parla di decisioni prese all’interno della seconda potenza economica del pianeta, è elevato. Se è vero infatti che buona parte del merito dell’uscita dalla crisi globale che ha investito il mondo dal 2007 è da attribuire al traino dei paesi emergenti, dei quali la Cina è il capofila, la notizia della volontà di rallentarne la crescita per evitare guai peggiori in futuro non può essere presa alla leggera. Segnali in questo senso ce ne sono già: a settembre il superindice Ocse ha evidenziato per la Cina un calo di 0,7 punti sul mese precedente, il peggiore per i 30 paesi dell’area, calo che diventa di 4 punti nel confronto con l’anno. Certo, in ottica di lungo termine la scelta di Pechino di mettere dei limiti allo sviluppo per fare in modo che questo prosegua senza troppe scosse è da considerare lodevole (è possibile intravedere anche un passaggio da una politica tutta basata sull’export e sull’accumulo di riserve valutarie ad una maggiormente votata allo sviluppo della domanda interna), ma l’effetto di breve e medio termine sui listini azionari potrebbe essere negativo. Il governo cinese intende infatti intervenire anche sulla  trasparenza dei mercati finanziari e sulla lotta al fenomeno dell’insider trading (problema esploso dopo il lancio dei contratti a termine sull’indice di borsa), ma un sistema di controlli rafforzato richiede tempo per essere implementato e per dare i giusti frutti, e per il momento la politica monetaria sembra lo strumento favorito per frenare la crescita dell’economia e dei mercati finanziari. I listini di Hong Kong e Shanghai hanno già denunciato da alcune settimane segnali di debolezza, rendendo problematica l’interpretazione del quadro grafico prospettico. Anche i mercati delle commodities si attrezzano per fare fronte ad un rallentamento della crescita cinese e quindi potenzialmente della crescita globale. Il veloce ribasso subito dall’indice Crb delle commodities dal top del 9 novembre a quota 320, valore più elevato dal 6 ottobre 2008, dimostra che le aspettative stanno mutando e che gli investitori temono un ridimensionamento della potenziale crescita futura e quindi contestualmente un calo del prezzo delle merci.

Fonte: La Stampa.it, 29 novembre 2010

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