Cina: la battaglia per i diritti omosessuali

Sembrava andare tutto liscio. Il movimento per i diritti omosessuali aveva organizzato lo Shanghai Pride 2009, il primo festival di cultura omosessuale tenutosi nella Repubblica popolare cinese.

Una settimana di eventi, film, mostre, dibattiti e feste che aveva come momento topico una grande festa sabato 13. Gli introiti sarebbero stati devoluti alla Fondazione Chi Heng, un’organizzazione non governativa di Hong Kong che lavora nei villaggi della Cina centrale affinché i bambini sieropositivi e gli orfani non vengano discriminati.

Gli organizzatori erano contenti anche se non gli era stata concessa l’autorizzazione alla parata che caratterizza i pride di tutto il mondo.

Ai microfoni di Radio Free Asia alcuni lamentavano che se il governo autorizza riunioni e pubblicità non può rifiutarsi di autorizzare una marcia, ma Hannah Miller, una dei fondatori del movimento Lgbt cinese e tra i coordinatori di questo pride spiegava bene la situazione: “una parata non è un alternativa possibile in Cina. Vogliamo che il pride vada bene, ma non si può prescindere dal luogo in cui viene organizzato. Se l’evento avrà successo sarà un passo enorme per la visibilità della comunità queer in Cina”.

Lo stesso svolgimento degli eventi in programma, infatti, sarebbe stato una grande vittoria del movimento Lgbt in un paese che fino al 1997 aveva considerato l’omosessualità un comportamento illegale e dal 1997 al 2001 una malattia mentale.

In questo contesto, anche se il ministero della salute stima che in Cina ci siano tra i cinque e i dieci milioni di individui gay è impossibile sapere quanti siano gli omosessuali non dichiarati. L’orientamento sociale in Cina è ancora fortemente indirizzato al matrimonio e alla procreazione e si conoscono molti esempi di persone che, nonostante un orientamento sessuale non esattamente etero, hanno scelto di costruirsi una famiglia “normale” per evitare di trovarsi in difficoltà.

La battaglia sembrava vinta.  Addirittura la mattina del 10 giugno l’incredula Cina si era trovata a leggere un editoriale del ‘China Daily’, la voce ufficiale del regime, intitolato “Il Pride della tolleranza”.

L’articolo definiva lo Shanghai Pride 2009 un “segnale importante” rivolto a tutti i cinesi. Oltre ad interrogarsi sul numero di omosessuali presenti in Cina, denunciava che se la tolleranza e l’accettazione di un diverso orientamento sessuale sta crescendo negli strati più benestanti della popolazione e, in genere, nelle città, “in alcuni posti la polizia locale continua a perseguitare gay e lesbiche. Nelle immense campagne cinesi l’omosessualità è ancora un tabù e, nella migliore delle ipotesi, la si pensa come un handicap. Questo significa – concludeva – che è ancora molto quello che il governo, i media e i cittadini devono fare per promuovere la comprensione, l’accettazione e il rispetto dei diritti di gay e lesbiche.”

Si pensava che il governo avesse allentato le restrizioni e invece il pomeriggio stesso alcuni ufficiali della polizia si sono recati dai proprietari di alcuni dei locali che avevano dato la disponibilità a proiettare i film e ad ospitare le piece teatrali della manifestazione minacciandoli di gravi conseguenze. L’intera programmazione della giornata del 12 è stata così cancellata.

Gli organizzatori del Pride sono confusi. Ancora oggi non riescono a contattare gli ufficiali che hanno preso questa decisione e non sanno nemmeno se i rimanenti eventi della manifestazione avranno luogo. Sembra proprio che il governo cinese sia rinchiuso ancora una volta nella vecchia politica del “non condannare e non promuovere”, sottolineando con forza la seconda affermazione.

fonte: Internationalia.net, 12 giugno 2009

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