Cina, l’hutong e il grattacielo

Quando si arriva a Pechino  ciò che colpisce da subito sono i suoi contrasti: il nuovo convive con il vecchio, dappertutto. C’è fermento ovunque si vada. Si arriva nel nuovo aeroporto, il più grande del mondo, con una linea della metropolitana che in 15 minuti ti porta nel centro della capitale. Ma appena fuori da qui la periferia è quella delle baracche dei contadini arrivati dalle campagne alla ricerca di un lavoro, dei bambini con i pantaloni tradizionali bucati nel cavallo per fare i loro bisogni dove capita, senza togliersi nulla. Ma il vecchio e il nuovo a Pechino significa soprattutto grattacieli e hutong. I primi, simbolo della città moderna e tecnologica, si spingono sempre più verso l’alto, i secondi, antichi quartieri formati dalle vecchie case a corte, sìhéyuàn, sviluppate orizzontalmente a un unico piano, sono un labirintico intrecciarsi di vicoli, stradine, muri dai mattoni grigi. Il nome hutong deriva da un antico termine mongolo che significa pozzo, perchè venivano costruiti a seconda dei pozzi, snodandosi da est a ovest intorno al cuore di Pechino, ossia la Città Proibita. Se inizialmente seguivano rigidi piani dettati dall’impero, nel ‘900 hanno subito uno sviluppo incontrollato, fino al degrado di molti, con più famiglie a condividere la stessa casa. Infine, con la rivoluzione culturale prima e il boom economico dopo, l’abbattimento di migliaia di essi per fare spazio alle grandi strade e ai nuovi moderni palazzi di una città in continua espansione. La sera, camminando tra i vecchi hutong che ancora sopravvivono, si respira un antico fascino. Silenzio e calma. La fioca luce di un vecchio lampione, gli odori della cucina tradizionale, le porte spesso aperte perché tutti si conoscono.
Macchine, poche, solo ogni tanto e molto lentamente qualcuna si addentra negli stretti hutong, silenziosa. “Huabao huabao” grida, a nenia, il venditore di giornali la mattina presto, passando lentamente per i vicoli, con la sua bicicletta stracolma di riviste. Ma è sempre più ridotto ormai lo spazio che viene lasciato agli hutong, e appena giri l’angolo ti ritrovi in una delle nuove e immense strade di Pechino, con i caratteri al neon, i taxisti che passano dappertutto (piste ciclabili, semaforo rosso, corsia di emergenza), la calca dei lavoratori che prendono il bus e tutti i frastuoni tipici di ogni grande metropoli. Tutto attorno i nuovi grattacieli: quelli di Wangfujing, la via dello shopping assediata da volti occidentali, quelli lussuosi di Sanlitun e Dongzhimen, quelli popolari dove abitano le nuove e giovani famiglie cinesi. Qui tutto è nuovo e tecnologico. C’è il bagno in casa, il riscaldamento per il lungo inverno pechinese e l’aria condizionata per l’umida estate, la televisione, il frigorifero e la lavatrice. Vi è l’ascensore e una guardia per ogni palazzo sempre pronta ad aiutarti per la spesa o il trasloco. Ai piedi dei grattacieli piccoli parchi dove poter lasciare liberi di giocare i bimbi, dove i pensionati trovano attrezzi ginnici per i loro esercizi mattutini e serali; vi è anche il tavolo da ping-pong, la pista per i roller blaid o per giocare a badminton. Nella Pechino delle cifre da record, dei cantieri aperti giorno e notte, senza sabati o domeniche, i nuovi grattacieli che vanno ad affollare il cielo della capitale continuano a crescere a ritmo incessante. Lo sviluppo, la tecnologia e l’espansione di una città con milioni di residenti ha già vinto sui polverosi e sporchi hutong, nonostante le ultime rivolte dei vecchi abitanti contro le gru che assediano Pechino. Ma nel paese delle contraddizioni e delle ombre, proprio ciò che stava causando la fine degli hutong sembra essere ora l’unica ancora di salvezza: lo sviluppo economico e i soldi dei turisti. E i turisti vogliono la vecchia Pechino, la Cina stereotipata dei dépliant delle agenzie di viaggio. E così anche il governo ha deciso di preservare in parte e restaurare i vecchi hutong. Ad Houhai, a nord di Tiananmen, come in altre zone della città,gli hutong sono diventati locali notturni, ristoranti, negozietti, e attirano i turisti vendendo ogni genere di prodotti. Un antico detto cinese recita: per conoscere veramente Pechino bisogna entrare in un hutong.

Ilaria Ghidini

Fonte: Il reporter, 16 settembre 2010

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