Cina, il nuovo look

Probabile record di incasso di tutti i tempi, primo film proiettato su schermi Imax fuori dagli States: si tratta di Aftershock, nuovo kolossal cinese, destinato a disintegrare tutti i record cinematografici del paese. La storia del terremoto che colpì Tangshan, nel 1976, provocando oltre 200 mila vittime. Un racconto epico: un evento di trent’anni fa, così simile al terremoto del 2008 in Sichuan, per raccontare la forza di una popolazione.

Anche questo è soft power. L’uscita del film del resto segue un periodo piuttosto denso per quanto riguarda il rapporto tra la Cina e i media, con un chiaro intento da parte di Pechino, di amplificare la propria visione del mondo, all’interno di una strategia duplice: mostrare la potenza cinese e correggere i difetti di comunicazione che, secondo Pechino, spesso caratterizzano i media occidentali quando parlano di Cina. Zhang Li Jia, scrittrice e intellettuale cinese, una dei tanti tornati in Cina per chiedere spazio al Partito, in quanto classe media ed élite intellettuale, mi ha ripetuto più volte come il problema principale delle opinioni occidentali sulla Cina, siano dovute a un uso ancora arcaico dei media da parte dei governanti cinesi. Il Tibet, il Xinjiang, e le loro rivolte avevano messo a nudo una difficoltà da parte del Partito di saper gestire le informazioni internazionali, dando così l’immagine di un Termidoro fuori da ogni tempo. Il Partito comunista cinese però, è ormai in grado di sfruttare, almeno internamente, tutti gli strumenti utili a comprendere il polso del proprio paese, ed ecco arrivare le prime soluzioni. La sequenza evidenzia una strategia ben lontana dalle improvvisazioni e determinata a ottenere i risultati prefissati: nel giorno dell’anniversario della sua fondazione, 1 luglio 1921, il Partito Comunista cinese, forte dei suoi 78 milioni di iscritti, ha lanciato una novità assoluta: per garantire trasparenza ha attivato un ufficio di portavoce del Partito per gestire al meglio il rapporto con i media internazionali. Non solo, perché lo stesso giorno, la Xinhua, la più grande agenzia di news del paese, legata al governo cinese, ha lanciato il suo servizio di news televisive mondiali, 24 ore su 24. La China News Network Corporation, nasce con uno obiettivo preciso: dare eco internazionale al punto di vista cinese su quello che succede nel mondo, con l’intento di raggiungere nel primo anno un’audience di circa 50 milioni di spettatori. Anche questo è soft power: una Cnn cinese, con servizi da ogni luogo del mondo, specie nelle zone strategiche del globo, in grado di influenzare la più generale comunicazione che spesso viene effettuata sulla Cina. Li Conjun, presidente di Xinhua al lancio del nuovo servizio festeggiato a Pechino, ha specificato: «Daremo notizie in tempo reale e in modo oggettivo, saremo una fonte di informazione per l’audience globale, non uno strumento di propaganda. Forniremo un punto di vista cinese sia sugli affari interni, sia su quanto accade nel resto del mondo». È innegabile che la Cina si muova ormai come una superpotenza matura anche sul terreno delle relazioni internazionali e nell’uso della propaganda che passa sotto al nome di informazione. Questo nuovo passo della dirigenza cinese era nell’aria da tempo e lo ha confermato il tentativo del gruppo editoriale cinese Southern Daily Group di comprarsi il celebre Newsweek, fortezza dei media Usa. Tentativo fallito, per ora, perché la Cina ha bisogno di estendere il proprio bacino di influenza mediatico per ovviare alle critiche internazionali che spesso piovono addosso al governo di Pechino. Se a difendere la Cina è la Xinhua, non cambia niente. Se lo fa il Newsweek il peso è completamente diverso. Bi Yantao direttore del centro di ricerche dell’università di Hainan, ritiene che il Newsweek sia una sorta di colabrodo economico, un investimento senza futuro, ma in grado di aumentare il prestigio internazionale della Cina alle prese con l’informazione nel mondo occidentale. Per questo Bi Yantao ritiene che la Cina debba fare altri tentativi in questo senso. Dopo i capitali, arrivano gli stili di vita. Restano da capire tempi e modi, ma più di tutto interessa quale sarà il messaggio recapitato da Pechino al resto del mondo. Per ora esistono molti tentativi pronti a elaborare concetti e proposte culturali in grado di modificare anche l’immagine che spesso si ha della Cina, ridefinendone e modificandone l’identità, contemporaneamente al suo evolvere sociale. Se gli States hanno usato – e usano ancora – massicciamente Hollywood, nell’epoca di Internet e della cultura popolare sempre più sofisticata, la nuova rinascita cinese potrebbe scaturire, da un punto di vista culturale, in una sorta di mito 2.0 in cui la transmedialità e la complessità dei messaggi culturali trovano una buona linfa anche in quella che spesso viene dileggiata come cultura popolare. La potenza cinese si è sviluppata infatti nel brodo della cultura convergente di cui parla Jenkins (Cultura Convergente, Apogeo, 2007) e risulta ormai pronta a ricreare una propria narrazione capace di imporsi a livello planetario e sfruttare la sua macchina produttiva culturale, insieme alla conoscenza dei gangli attraverso i quali i messaggi raggiungono il loro punto critico. I cinesi usano Internet con estrema disinvoltura, così come sono da tempo abituati a trame intricate e complesse strutture narrative: riportato su un discorso generale di diffusione del proprio punto di vista, i cinesi sono ormai abituati a ragionare nell’ottica di un messaggio culturale che sappia modellare un percorso in grado di tenere insieme una propria onotologia, che vada a braccetto con la ridefinizione dell’idea di Cina da parte degli occidentali, da cui fare scaturire un nuovo punto di vista su quanto succede nel mondo rimodellato sulle caratteristiche cinesi e occidentali allo stesso tempo. Rimanendo sul terreno dell’entertainment, non si può non notare un movimento convergente, anche in questo senso: la Cina ha da tempo messo nel mirino Bloomberg, Time Warner e Viacom consentendo alle imprese private e straniere di investire in tutto, dalla musica, al cinema e dalla televisione al teatro, dalla danza a produzioni d’opera, anche se in gran parte tramite società di proprietà statale. Si tratta pur sempre di un’apertura rilevante. Senza contare tutto quanto si muove a livello di produzione di giochi on line, localizzazione di strutture narrative cinesi, o la stessa produzione di libri di autori cinesi che ormai inondano il mercato occidentale. Tra le prime aziende a beneficiare della nuova politica di apertura del governo in tema di comunicazione, c’è la Shanghai Media Group, uno delle più importanti del paese. Un’altra freccia nell’arco dei media cinesi.

Fonte: China-files.com, 22 agosto 2010

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