Il controllo delle nascite ha portato la crisi: che fare?

Abbiamo parlato più volte della crudele politica di pianificazione familiare della Cina. Abbiamo anche detto che il controllo della popolazione e la conseguente crisi demografica è causa di crisi economica. E infatti, in Cina, la straordinaria crescita del PIL a due cifre, cominciata negli anni Ottanta con l’avvento del “socialismo di mercato” di Deng Xiaoping, è finita da un pezzo.

La popolazione sta invecchiando, la forza lavoro della Cina sta diminuendo. Lo scorso anno il Consiglio di Stato ha previsto che circa un quarto della popolazione cinese avrà 60 anni o più entro il 2030, rispetto al 13% nel 2010. Nel 2016 il paese aveva già quasi quattro milioni di lavoratori in meno, un numero che crescerà di anno in anno. La crescita complessiva sta rallentando drasticamente, con la Kennedy School di Harvard che la prevede nel prossimo decennio intorno al 4%.

Xi Jinping invoca costantemente il suo “sogno cinese” di superare in ricchezza gli Stati Uniti. Ma vede quel sogno ora minacciato dalla scarsità di giovani e ora pare abbia deciso di promuovere le nascite.

Nel 2015 ha permesso il secondo figlio. Ma le nascite hanno continuato a diminuire.

Forse perché non si può pretendere che le giovani coppie facciano figli a comando. E anche perché manca un elemento essenziale per la riproduzione: le donne. Quelle decine di milioni di femmine che sono state abortite o uccise appena nate (quei femminicidi che per un certo femminismo radical chic non esiste, non conta, perché le bambine cinesi, evidentemente, non sono femmine). Inoltre, quarant’anni di lavaggio del cervello per la politica del figlio unico hanno dato frutti: le giovani donne cinesi non vogliono figli, o non vogliono più di un figlio.

Il timore degli osservatori, come Steven W. Mosher, Presidente del Population Research Institute, è che la prossima ventura “libertà riproduttiva”, se verrà davvero, si tradurrà in una nuova politica coercitiva, così come è stata coercitiva e brutale la politica del figlio unico finora. «Xi Jinping non sembra il tipo che se ne sta lì oziosamente a guardare la popolazione che invecchia, la forza lavoro che diminuisce, e la fine del suo  “China Dream” …», scrive su Breitbart.

Non è possibile che il Partito Comunista Cinese ponga in essere politiche coercitive tanto disumane? Basta chiedere ai Tibetani o agli Uiguri (genocidi silenziosi perfettamente ignorati dalle “democrazie” occidentali) o ai dissidenti che svaniscono nei laogai dall’oggi al domani, o alle centinaia di milioni di donne che hanno subito la politica del figlio unico per decenni.

Del resto già  Mao Zedong aveva decretato nei primi anni Cinquanta che sarebbe stato il Partito, non il popolo, in Cina, a decidere le dimensioni della famiglia.

Uno scenario distopico come quello narrato nella serie The Handmaid’s Tale non è così irrealistico come sembrerebbe.

Una dittatura atea e materialista come quella del Partito Comunista Cinese considera gli esseri umani alla stregua di oggetti che possono essere usati e abusati in qualsiasi modo da chi ha il potere, perché gli esseri umani, in Cina (?), sono considerati privi di qualsiasi dignità. E’ stato ampiamente dimostrato dal 1949 a oggi.

Il problema è che molti – troppi, a cominciare dall’Onu e dal suo Unhrc – finora non l’hanno voluto vedere.

Francesca Romana Poleggi, 28/06/2018

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