Cina, i feti abortiti vengono trasformati in medicine

Le autorità cinesi hanno aperto un’inchiesta sulla presunta vendita di resti umani nella provincia di Jilin, che secondo la stampa sudcoreana sarebbero inviati in maniera illegale in Corea del Sud e qui usati per scopi terapeutici. Secondo la coreana Sbs, infatti, alcuni ospedali in Cina sarebbero colpevoli di vendere feti abortiti: questi sarebbero smerciati tramite “capsule di pelle umana” che contengono i resti. Secondo altri giornali coreani, queste pillole sarebbero vendute come medicine per alcune malattie incurabili: il prezzo si aggira intorno ai 510 euro ogni 100 pillole. Seoul ha ordinato alla dogana di investigare su queste denunce e ha annunciato di voler collaborare con il governo cinese per interrompere questo “orribile traffico”. Da parte sua, la Cina ha annunciato “provvedimenti” e ha ricordato gli “stretti regolamenti” che gestiscono le operazioni sanitarie post-mortem. Per quanto le indagini siano in corso, l’accenno ai feti abortiti rende la denuncia quanto meno credibile. Nonostante abbia più volte dichiarato di voler “ammorbidire” la situazione, il regime comunista continua a mantenere in vigore e ad applicare con la forza la controversa “legge sul figlio unico”, che impone alle coppie di procreare un solo erede. Chi infrange la legge e non può pagare la multa pesantissima prevista dalla legge viene obbligato ad abortire. La consuetudine sociale cinese e la tradizione, poi, impongono agli sposi di generare come primo figlio un maschio che si possa occupare dei genitori quando questi diverranno anziani. In questo modo, però, oltre al dramma degli aborti forzati si è aggiunta la selezione sessuale: milioni di bambine ogni anno non vedono la luce in Cina. Reggie Littlejohn, che cura il sito Women’s Rights Without Frontiers, spiega: “Pechino dichiara di voler ‘colpire’ gli aborti selettivi, ma nel 2011 sono nati 119 maschi ogni 100 femmine: la distanza fra i sessi non soltanto non è stata diminuita, ma si è allargata. Parliamoci chiaro: la politica del figlio unico è portata avanti con aborti forzati, sterilizzazioni coatte e infanticidi. È la guerra che la Cina muove contro le donne”.
A pagare il prezzo di questa guerra sono le donne e anche coloro che si oppongono al regime. Il caso più famoso è quello dell’attivista non vedente Chen Guangcheng: uscito di prigione a settembre 2010 dopo 4 anni di carcere, ha denunciato di vivere ancora “agli arresti domiciliari” senza alcuna accusa (o tanto meno condanna) a carico. Condannato con l’accusa di “distruzione intenzionale di proprietà e disturbo del traffico”, l’avvocato è in realtà nel mirino delle autorità per il suo indefesso lavoro a difesa delle donne contro gli aborti forzati, frutto della politica della pianificazione familiare in vigore in Cina sin dagli ultimi anni Settanta.

Fonte: Asia News, 10 agosto 2011

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