Cina, i dissidenti fanno paura

La Cina è impegnata in una guerra a tutto campo contro chiunque possa incrinare la sua supremazia. Questo è evidente nel braccio di ferro avviato nei giorni scorsi fra il motore di ricerca americano Google e il governo di Pechino per una maggiore libertà della Rete.

Ma è ancora più evidente nel metodico soffocamento delle voci dissidenti che, pur nella non violenza, sembrano porre la sfida più acuta al regime. Una di queste voci è quella di Liu Xiaobo, cristiano, professore universitario e autore di Carta 08, un manifesto a difesa dei diritti umani in Cina.
Secondo Desmond Tutu, già premiato dall’Accademia norvegese, e Vaclav Havel, meriterebbe il Premio Nobel per la Pace.
Invece, il 25 dicembre scorso, il Tribunale intermedio del popolo di Pechino lo ha condannato a 11 anni di prigione. Era stato arrestato pochi giorni prima della diffusione via Internet del documento e tenuto per sei mesi in un luogo sconosciuto. Dopo sei mesi gli è stata notificata un’accusa ed è stato posto « agli arresti domiciliari » in prigione per altri 6 mesi, fino al processo- farsa, consumato in sole due ore il 23 dicembre. La condanna ha confermato l’accusa: « tentativo di sovvertire il potere dello Stato » . Fra le ‘ prove’ citate: alcuni articoli sulla democrazia da lui pubblicati sul web e la stessa Carta 08. Diffuso il 10 dicembre del 2008, questo documento – che si ispira a quello di Charta ’ 77 dei dissidenti cecoslovacchi – in modo del tutto non violento, ‘ raccomanda’ al governo cinese di essere garante dei diritti umani secondo la Convenzione Onu, che la Cina ha già firmato nel ’ 98, ma non ha ancora recepito nella legislazione. Fra le tesi qualificanti di Carta 08, « diritti umani non sono concessi dallo Stato » ; « l’esercizio del potere dello Stato deve essere autorizzato dal popolo » ; in un Paese dove su tutto domina il Partito comunista, è tempo di distinguere i poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo; è necessario garantire le diverse libertà ( anche quella religiosa) e attuare elezioni a tutti i livelli. Le proposte di Carta 08 non sono nuove e Liu Xiaobo non è il primo a rilanciarle: perfino nel Partito si discute di maggiore democrazia; molte ‘ raccomandazioni’ sono perfino citate nella costituzione cinese. Nei giorni della sentenza, si sono moltiplicate le notizie sui successi economici della Cina: maggiore esportatore al mondo; primo ad uscire dalla crisi economica; primo mercato delle auto… Eppure, questo potentissimo Stato si è scagliato contro un individuo con accanimento e determinazione, come se avesse di fronte un gigante ed esso fosse un topolino. Il punto è che Carta 08 afferma che senza i diritti umani la Cina forse potrà ‘ modernizzarsi’ dal punto di vista economico, ma questa modernizzazione sarà ‘ folle’, portatrice di catastrofi già percepibili nella situazione attuale: « Corruzione governativa, la mancanza di uno Stato di diritto, scarsi diritti umani, corruzione dell’etica pubblica, crescente disuguaglianza fra ricchi e poveri, sfruttamento sfrenato dell’ambiente naturale, umano e storico, l’acuirsi di una lunga lista di conflitti sociali, e una forte animosità fra rappresentanti del governo e la gente comune » . Frenando i diritti umani e la democrazia, il Partito comunista cinese diviene responsabile in toto del disastro umano verso cui si sta dirigendo la Cina. Alcuni dissidenti hanno percepito il valore epocale della Carta e della sentenza contro Liu Xiaobo. Ding Zilin, il cui figlio 17enne è stato ucciso dai carri armati in piazza Tiananmen nel 1989, è leader delle Madri di Tiananmen, l’associazione che ogni anno chiede giustizia per il massacro. È anche una fra i primi sottoscrittori di Carta 08, che ha raccolto decine di migliaia di firme.
Commentando la sentenza contro Liu, Ding afferma: « Con essa, è cominciato il crollo morale del regime comunista. E si tratta di un processo irreversibile » . Bao Tong, ex collaboratore di Zhao Ziyang, contrario all’intervento dei carri armati in piazza Tiananmen nel 1989, dopo 7 anni di carcere vive ora in perenne stato di arresti domiciliari. Lo statista è divenuto uno delle personalità più acute della dissidenza non violenta in Cina. Il suo commento alla sentenza contro Liu è lapidario: « Giudicare colpevole Carta 08, non significa altro che togliere ai cittadini il diritto alla libertà di espressione. Significa dare l’annuncio che la costituzione è nulla e vuota » . Quel che sembra inaccettabile al potere cinese è guardarsi nello specchio di Carta 08, che ammette i successi economici, ma fa notare anche i fallimenti: 60 milioni di disoccupati; inflazione galoppante; mercato edilizio fermo al 50% delle possibilità; inquinamento, siccità, alluvioni, avvelenamenti di terreni. E ancora: rivolte sociali ( 87mila in un anno); divisioni nel Partito; intere regioni governate dai quadri comunisti con stile mafioso; giustizia manipolata; abusi di potere. La risposta del Partito è a senso unico: arresti di dissidenti; controllo delle religioni; legge marziale in Tibet e Xinjiang; controllo dei media e di Internet. Ma intanto cresce il ‘ potere dei senza potere’, delle persone come Liu Xiaobo: prima e dopo la sentenza, 200 persone in Cina si sono autodenunciate chiedendo di essere processate perché anche loro condividono le idee di Liu e di Carta 08. Fra di essi non vi sono solo intellettuali e statisti, ma anche operai, contadini e madri di famiglia. Vi sono perfino membri del Partito che domandano la revisione del processo e la liberazione per Liu Xiaobo. Per molti anni imprenditori e politici occidentali hanno detto che in Cina lo sviluppo economico avrebbe portato ‘ senz’altro’ al rispetto dei diritti umani. E invece Pechino li ha smentiti.
Alla condanna di Liu Xiaobo – avvenuta a Natale, quando molti media sono chiusi o distratti – Unione europea e Stati Uniti hanno chiesto la sua liberazione. Pechino ha risposto di « non interferire negli affari interni della Repubblica popolare » . Ma una possibile deflagrazione della Cina e l’oppressione di oltre un miliardo di persone può essere considerato un ‘ affare interno’?

Bernardo Cervellera

Fonte: Avvenire, 26 gennaio 2010

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