Cina, gli schiavi delle miniere che servono al pil

A causa delle piogge cadute sul territorio cinese nelle scorse settimane, 19 minatori sono intrappolati da giorni sotto terra a Heshan, regione del Guangxi, sud della Cina. Le immagini televisive della CCTV si sono sprecate in ricostruzioni e manovre di salvataggio, riprese martedì 5 luglio dopo uno stop dovuto all’innalzamento dei livelli di gas tossico. Le mancanze nei servizi della televisione di stato sono però le spiegazioni circa le ragioni e le generali condizioni di vita dei minatori cinesi. Secondo alcune statistiche riportate da organismi internazionali, 13 persone al giorno morirebbero a causa dell’estrazione mineraria, in un paese la cui energia dipende all’80% dal carbone, come riportato dall’International Energy Association. Secondo la World Nuclear Organization la Cina consuma da sola più carbone di Usa, Germania, Giappone, Sudafrica e Russia messi insieme (oltre 2700 milioni di tonnellate). Un trend che sembra aumentare tra produzione, importazione e tentativi di legalizzare un settore che si muove agile tra i gangli della legalità e illegalità cinese. Volti neri, fisici emaciati, condizioni famigliari spesso disastrose, morti e compensazioni, vita dura lontani dalle proprie città: sono i migranti la consueta carne da macello della crescita cinese, le vittime sacrificali dello sviluppo locale che, nonostante le prospettive di costruzioni di svariate centrali nucleari e investimenti nelle energie rinnovabili, procede ancora a passo spinto nell’estrazione di carbone. Nel Guangxi, ad esempio, nelle zone in prossimità delle miniere il cielo si fa tetro, pesante, mentre le storie dei minatori, di quelli morti e delle loro famiglie che ricevono ridicole compensazioni, scuotono la cortina di protezione dei media. Secondo una recente indagine del China Economic Weekly, magazine in cinese, il 90% delle cause di morti e incidenti nelle miniere, deriva da errori umani. Ovvero da condizioni di lavoro e di sicurezza spietate, in molte miniere che ancora oggi sono considerate illegali. Da tempo il governo centrale ha provato a incentivare una più severa regolazione del loro funzionamento, ma il problema principale della Cina, il trasferimento delle direttive centrali alla periferia, non permette di ottenere risultati ancora soddisfacenti. Anche perché il paese continua la sua crescita all’8% e ha bisogno di consumare, di estrarre, di riempire di polveri l’aria circostante. I dati parlano chiaro: negli ultimi anni la richiesta e produzione di carbone in Cina non si è fermata, anzi è cresciuta: secondo i dati forniti dalla BP Statistical Review of World Energy 2008, dal 1999 al 2008 la crescita media della produzione di carbone in Cina si è assestata all’11,37%, esattamente il doppio di quanto registrato nel periodo tra il 1982 e il 1996. Entro il 2015 la Cina, secondo quanto riportato da BoQiang Lin, Professore e Direttore del China Center for Energy Economics Research presso la Xiamen University, su Agigreen, “la Cina ha portato avanti una vera e propria ricostruzione dell’industria del carbone al fine di creare 10 imprese; ciascuna avrà una capacità annua di 100 milioni di tonnellate e un livello di automazione superiore al 75% entro il 2015”. I principali consumatori di carbone sono alcun settori specifici: quello elettrico, metallurgico ed edile che da soli coprono circa il 90% del consumo di carbone nazionale. La crescita cinese necessita di carbone, in continuazione. Secondo i dati riportati dal China Economic Information Network, il solo trasporto di energia coprirebbe il 55% della merce che si muove su rotaia. In seguito alle direttive del Consiglio di Stato, lo scorso agosto 2010, il premier Wen Jiabao aveva lanciato una campagna di adeguamento delle miniere, chiedendo l’eliminazione delle piccole aziende che spesso operano in modo illegale, riducendo a un migliaio circa – rispetto alle 2600 dell’anno precedente – il numero delle miniere di carbone. Questo sforzo di adeguamento ha portato la Cina ad aumentare l’importazione di carbone, ad esempio dall’Australia, cercando allo stesso tempo di migliorare le infrastrutture, leggi autostrade, che spesso costituivano un problema per il trasporto interno del carbone (celebre la coda di centinaia di chilometri della scorsa estate, dovuta ai camion che trasportano carbone dalla Mongolia Interna). Un trend evidenziato da misure economiche volte a favorire l’importazione di carbone già in atto dal 2009, quando il volume delle importazioni divenne di circa 102,98 milioni di tonnellate. Nel 2010 è diventato di 136 milioni di tonnellate.

Simone Pieranni

Fonte: China-files.com, 8 luglio 2011

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