CINA-Gansu: donna disabile, incarcerata per la sua fede, racconta il suo calvario

Nel 2008 la Sifg.ra In Junmei di 62 e residente nella contea di Yuzhong, a Lanzhou, nel Gansu, è stata più volte arrestata per aver rifiutato di rinunciare al Falun Gong ed infine condannata a otto anni di carcere, ma alcuni mesi dopo in seguito alla morte del marito, rilasciata in libertà vigilata. Nondimeno nel 2012 è stata rimessa sotto custodia e incarcerata per tre anni, durante i quali è stata gravemente picchiata, privata dell’uso del bagno e costretta a bere urina e mangiare feci.

Quanto segue, è il suo racconto personale del calvario da lei vissuto.

Disabile dall’età di cinque anni

Fino all’età di cinque anni ero fisicamente sana, ma un giorno ho contratto una malattia contagiosa che mi ha resa incapace di camminare. Dall’età di tredici anni la mia gamba destra è migliorata, ma la sinistra non riusciva ancora a sopportare il mio peso senza l’uso delle stampelle.

Mi sono sposata quando avevo venticinque anni e più tardi ho dato alla luce un maschio e una femmina. La mia vita ha subito una regressione nel 1992, quando per ricostruire la loro casa, i vicini hanno preso una parte del nostro terreno. Dopo che ho discusso con loro a riguardo, mi hanno presa a calci e calpestata sullo stomaco fino a farmi sputare sangue, e non ho neanche avuto la forza per difendermi.

Arrivata all’ospedale, mi è stato diagnosticato un sanguinamento dello stomaco. I medici hanno anche scoperto che ero affetta da calcoli biliari, colecistite e cardiopatia.

Ho cercato di ottenere giustizia per il sequestro del nostro terreno, presentando una denuncia al tribunale locale, ma senza risultato. Ho fatto allora ricorso al tribunale intermedio, ma neppure questa volta ho ricevuto alcun risarcimento.

L’ingiustizia mi ha fatto infuriare e la mia salute è deteriorata al punto che avevo spesso delle palpitazioni e la mia vista era peggiorata. Mio marito voleva prendere in prestito del denaro affinché potessi curarmi, ma io non volevo essere un peso per la famiglia. Ho anche provato più volte a uccidermi, ma mio marito mi ha sempre fermata in tempo.

Tre arresti in due anni

Dopo l’inizio della persecuzione del Falun Gong, come altri milioni di praticanti volevo dire al governo che era sbagliata.

Il 22 luglio 1999 alcuni praticanti di Lanzhou e io siamo andati negli uffici del governo nel Gansu per rivendicare il nostro diritto di praticare, nondimeno sono stata arrestata e detenuta. Quando poi i funzionari del mio villaggio, dopo avermi riportato a casa mi hanno detto di dichiarare in un’intervista con un giornalista di una stazione televisiva che la disabilità delle mie gambe era derivata dal Falun Gong, mi sono rifiutata.

Nell’ottobre e nel novembre del 2000 sono andata due volte a Pechino per fare appello in favore del Falun Gong, dove nella seconda occasione sono stata arrestata e poi rilasciata.

Nel 2001 la polizia locale dopo aver saccheggiato la mia casa, confiscando libri e materiali della Dafa, mi ha portata al Dipartimento di Polizia della contea di Yuzhong, dove mi hanno picchiata e ammanettata dietro la schiena con una mano sopra la spalla. Dopo aver detto loro che sarei potuta morire se non avessi praticato il Falun Gong, mi hanno rilasciata.

Il 13 aprile 2008 mia cognata Yue Dingxiang – anche lei praticante del Falun Gong – e io, siamo state arrestate. In seguito la polizia ha fatto irruzione nella mia abitazione e prelevato anche mio marito, ma mentre io sono stata mandata nel centro di detenzione n.1 di Jiuzhou, lui è stato rilasciato pochi giorni dopo.

In questa struttura, dove sono stata detenuta per nove mesi, le autorità mi hanno privata delle stampelle e non sono stata in grado di camminare da sola. Quando le guardie hanno detto alle detenute di portarmi in bagno, loro mi hanno spinta per tutto il tragitto e dopo che mi hanno lasciata da sola, per evitare di cadere ho dovuto aggrapparmi al muro e alla finestra.

Una volta mi hanno sbattuta direttamente sul water, e mi sono fatta così tanto male che ho urlato. Dopo aver finito di fare i bisogni, le detenute mi hanno portata fuori e spinta a terra. La mia coscia sinistra si è lacerata e ha iniziato a sanguinare, il dottore mi ha poi detto che avevo la gamba rotta. Sono stata anche ferita alla vagina che ha sanguinato per diversi giorni.

Il 15 agosto 2008 il Tribunale di Chengguan ha giudicato il mio caso. Poiché avevo una gamba rotta, per presenziare all’udienza ho dovuto essere trasportata di peso in aula, e alla fine sono stata condannata a otto anni di carcere.

Nel dicembre 2008 mio marito è morto e mio figlio ha chiesto alla corte di rilasciarmi. A quel tempo non avevo ancora smesso di sanguinare ed ero emaciata. A causa delle mie condizioni il tribunale mi ha quindi concesso la libertà vigilata e il 10 dicembre 2008 sono tornata a casa.

Riportata in prigione e sottoposta a brutale tortura

Il 30 luglio 2012 la polizia, il personale dell’Ufficio 610 locale e i funzionari del mio posto di lavoro, circa una dozzina in tutto, sono venuti a casa mia, mi hanno ammanettata e portata via. Inizialmente sono stata condotta in un ospedale per essere esaminata e in un secondo momento nel centro di detenzione della città. Un mese dopo sono stata trasferita nella prigione femminile del Gansu, dove nel corso dei tre anni di reclusione, sono stata brutalmente torturata.

Gravi pestaggi

Il giorno in cui sono arrivata sono iniziati i pestaggi. Le guardie e le carcerate mi picchiavano ogni volta che ne avevano voglia e quando a loro non piacevano le mie risposte, mi prendevano a pugni o a calci, e talvolta mi ustionavano persino con i manganelli elettrici.

Le detenute mi hanno colpita con qualunque cosa fosse disponibile – lunghi righelli di plastica, bacinelle, sgabelli o contenitori per il pranzo, rompendoli su di me, e una bacinella mi ha persino lacerato la testa.

Quando sono caduta mi hanno calpestato la mano sinistra e successivamente nel trasportarmi me l’hanno spezzata di proposito.

Negato dell’uso del bagno

Spesso non mi è stato permesso di andare in bagno e sono stata costretta a farmi i bisogni nei pantaloni. Indipendentemente dalle condizioni atmosferiche le carcerate mi trascinavano in bagno e versavano addosso una catinella dopo l’altra di acqua fredda. A volte prima di inzupparmi mi toglievano tutti i vestiti ed ero così infreddolita che avevo difficoltà a respirare e rabbrividivo incontrollabilmente, le volte che opponevo resistenza venivo picchiata. In seguito sono stata anche sottoposta all’alimentazione forzata con farmaci sconosciuti.

Per impedirmi di bagnare il letto di notte, le detenute mi facevano dei pantaloni di plastica e costringevano a dormire con essi, e poiché quel tipo di materiale non lasciava traspirare la pelle, in breve tempo si è manifestato sulle mie natiche, vita e cosce, un eczema rosso e pruriginoso. Questa tortura è durata più di un anno.

Costretta a bere urina e mangiare feci

Una volta, poiché al termine della pausa pranzo non avevo finito tutto il cibo, le prigioniere mi hanno trascinata in bagno, portando con loro il piatto dei miei avanzi. Dopo che vi hanno versato sopra dell’urina e messo delle feci mi hanno picchiata finché non ho finito di mangiare tutto.

                                     Ricostruzione della tortura: trascinamento

Un’altra volta ho urinato in un contenitore di plastica durante la notte e cercato di svuotarlo in bagno di nascosto. Una carcerata l’ha però scoperto e ha versato l’urina nella mia acqua da bere, poi mi ha ordinato di berla. Quando ho rifiutato mi ha picchiata fino a quando non l’ho fatto.

Per la maggior parte del tempo di quei tre anni in carcere, sono stata trascinata sul pavimento a causa della mia incapacità di camminare e di conseguenza ho riportato tagli e lividi dappertutto. E quando mi sono rifiutata di scrivere rapporti diffamatori sul Falun Gong, sono stata anche privata del sonno.

Da fonte: Mignhui.org

Versione inglese:

Disabled Gansu Woman Jailed for Her Faith, Recounts Ordeal

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