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Cina, espianto di organi dei condannati a morte. «È un omicidio di massa»

Il 29 giugno scorso il Guardian [1] cominciava un articolo così: «Il trapianto di organi salva la vita (…). Ma vi è una carenza di organi». Poi chiedeva: «Comprare organi può essere una soluzione?». Il giornale ha ammesso questa possibilità, quando l’espianto è volontario. Ma il pericolo di una tale posizione, per cui basterebbe la volontà a stabilire quando sia giusto o lecito un atto, è descritto da un fenomeno segnalato proprio lo stesso giorno da un altro giornale inglese, l’Independent [2].

100 MILA ALL’ANNO. Si tratta della pratica decennale di espianto di organi umani, rimossi ai prigionieri condannati a morte, praticata dal governo cinese. A svelarlo è uno studio intitolato Bloody Harvest (“Raccolta sanguinosa: rapporto sulle accuse di espianti di organi dei praticanti di Falun Gong in Cina”). Il Falun Gong è una pratica meditativa nata nel 1992 e combattuta dal governo comunista. Il rapporto, già pubblicato nel 2007 e ora aggiornato, sostiene che i prigionieri uccisi, ai quali vengono espiantati gli organi, «sono fra i 60 e i 100 mila ogni anno». Se invece si tiene conto del periodo che va dal 2000 ad oggi si contano addirittura un milione mezzo di persone a cui sono stati rimossi. Secondo il rapporto, i praticanti di Falun Gong vengono uccisi su richiesta del governo, per ovviare alla mancanza di donatori. In Cina, infatti, sono circa un milione e mezzo le richieste di trapianto, ma solo 10 mila vengono soddisfatte ufficialmente, spesso pagando tangenti. All’accusa ha risposto il ministro degli Esteri cinese, Hua Chunying, che ha dichiarato: «Voglio dire che queste storie sugli espianti forzati di organi in Cina sono immaginarie e inconsistenti, non hanno alcun fondamento fattuale».

L’ESCAMOTAGE. Ma già nel 2005, dopo anni di rinnegamenti, il viceministro della Sanità, Huang Jiefu, aveva dichiarato all’Oms che «è vero, gli organi per i trapianti vengono in buona parte dai condannati a morte delle nostre prigioni. Questo sistema è immorale, non sostenibile e nei prossimi anni cambieremo». Motivo per cui, due anni fa, il partito comunista cinese aveva annunciato [3] che la pratica era stata abolita. L’inserimento di una clausola, però, ha reso il nuovo divieto facilmente aggirabile. Infatti, i prigionieri vengono ora considerati come cittadini che possono volontariamente chiedere di donare gli organi come tutti gli altri e questo escamotage permette al governo di continuare indisturbato a svolgere la pratica barbara.

MASSACRO IN ATTO. Il rapporto è stato esaminato dall’ex segretario di Stato canadese David Kilgour, dall’avvocato per i diritti umani David Matas e dal giornalista Ethan Gutmann. Matas ha quindi spiegato così le cifre che contrastano con quelle ufficiali date dal governo (10 mila espianti all’anno): «Possiamo facilmente oltrepassare la figura ufficiale della Cina anche solo guardando a quanto accade in due o tre grossi ospedali». Inoltre, la discrepanza è crescente e ci porta «ad affermare che è in atto un massacro ancora più grande». Tanto da concludere che «il partito comunista cinese ha impegnato lo Stato in un omicidio di massa di innocenti».

Fonte: Tempi [4], 3 lug 16

English article: Guardian, Is it ethical to purchase human organs? [1]