Cina e Iran, stesso stile: il boia contro l’opposizione

Se Cina e Iran si fossero messi d’accordo per ribadire davanti al mondo la loro «diversità» in materia di diritti umani non avrebbero potuto fare di meglio: quasi in contemporanea, hanno annunciato rispettivamente la condanna a morte di sei giovani uiguri protagonisti della rivolta anticinese di Urumchi dello scorso luglio e l’invio al patibolo di Hamed Ruhmejad, uno delle migliaia di dimostranti contro la rielezione truccata del presidente Ahmadinejad, accusato di appartenere a una organizzazione monarchica. Nel caso iraniano, si tratta di un bis, perché pochi giorni fa la medesima sorte era toccata ad altri tre protagonisti della protesta.
Qualcuno si chiederà in che cosa queste condanne a morte differiscono da quelle che, periodicamente, vengono comminate dai tribunali americani o giapponesi. Sono diverse per due ragioni molto semplici: primo non colpiscono, come in quasi tutto il resto del mondo, efferati assassini, ma avversari politici dei due regimi; secondo, sono state pronunciate al termine di processi-farsa in cui – come hanno denunciato le opposizioni in esilio – i diritti della difesa sono stati calpestati e non risulta sia neppure ammesso l’appello. Esse non hanno perciò tanto l’obbiettivo di fare giustizia, ma fanno parte di un più ampio disegno repressivo e intimidatorio.
Qualcuno obbietterà ancora che i sei uiguri mandati a morte erano in realtà accusati della uccisione di numerosi cinesi di etnia Han durante una insurrezione innescata dalla eco di un pogrom di lavoratori musulmani, avvenuto dieci giorni prima in una fabbrica della Cina meridionale, che ha provocato 197 morti e 1.600 feriti: sarebbero, cioè stati condannati non come oppositori, ma in quanto pluriassassini. È vero. Ma è altrettanto vero che essi hanno ucciso non per rapina o vendetta, bensì per reazione ai sistematici soprusi che i Cinesi commettono da mezzo secolo contro questa minoranza di origine turca e di fede musulmana, dopo avere occupato manu militari la regione dello Xinjiang, già Repubblica del Turkestan orientale. Se si applicassero a loro gli stessi criteri usati in passato per i movimenti di liberazione dell’Africa o ancor oggi per i palestinesi, essi dovrebbero essere considerati non dei criminali, ma dei «resistenti». Sarà comunque interessante vedere se Pechino riserverà lo stesso trattamento ai cittadini di etnia Han che, due giorni dopo, hanno reagito alla rivolta e, sotto gli occhi benevoli della polizia, hanno massacrato a loro volta un certo numero di uiguri.
Nessuna giustificazione esiste invece per gli ayatollah: le quattro condanne a morte sono state comminate a dimostranti che non hanno né ucciso né ferito nessuno, ma sono stati trovati colpevoli solo di (presunta) affiliazione a organizzazioni che puntano a un cambiamento di regime. Qui siamo di fronte a sentenze squisitamente politiche, pronunciate allo scopo di intimidire l’opposizione, nello spirito di «punirne uno per educarne cento». Negli intenti di Ahmadinejad e dei suoi accoliti, la pubblica impiccagione dei quattro (che ben difficilmente l’intervento della comunità internazionale riuscirà ad evitare) dovrà cioè servire da monito per le decine di migliaia di iraniani che periodicamente scendono ancora in piazza contro la truffa elettorale: e, tenuto conto che molti esponenti dell’opposizione sono attualmente sotto processo, bisogna aspettarsi che a queste condanne ne seguano altre.

Alla luce di questi eventi, è doveroso chiedersi quali risultati abbia prodotto la risoluzione per una moratoria universale della pena di morte, promossa dall’Italia e da altri Paesi europei e approvata con grandi fanfare dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 2007. Risulta che, da allora, abbia abolito la pena capitale il solo Congo (dove, in compenso, migliaia di innocenti sono stati trucidati in una feroce guerra civile a sfondo tribale) e il ritmo delle esecuzioni sia stato rallentato negli Stati Uniti, non in ossequio all’Onu ma… perché in tempi di crisi costano troppo. Forse, sarebbe stato meglio concentrare la lotta non contro la pena di morte in generale che, nel bene e nel male, fa parte della cultura di molti Paesi, ma contro l’uso che ne fanno i regimi totalitari per mantenere il potere. Non avrebbe prodotto risultati lo stesso, ma almeno i responsabili di queste esecuzioni arbitrarie sarebbero stati messi più specificamente di fronte alle loro responsabilità.

Fonte: Il Giornale, 13 ottobre 2009

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