Cina e ambiente: tra aumento delle foreste, pesticidi e salvaguardia della biodiversità

La Cina in più di un’occasione ha manifestato la propria volontà di ridurre l’impatto ambientale della propria crescita economica, almeno per quanto riguarda l’incremento delle foreste in territorio cinese.

Alla Cina va il primato di rapidità mondiale di crescita di boschi e foreste. Contestualmente, si rileva una sensibile riduzione dell’estensione delle aree desertiche tra il 1999 e il 2004. Il tutto, mentre lo sviluppo economico appare quanto mai invasivo e tumultuoso.

Probabilmente, in questo modo, la Cina spera di arginare – secondo quanto previsto all’interno della convenzione sulla biodiversità biologica- la perdita di innumerevoli specie sul proprio territorio entro il 2010. Eppure, il “paese di mezzo” non risulta affatto un modello di ecologismo e di tutela delle specie animali. Sono tristemente noti, infatti, l’incuria e la facilità con cui orsi, tigri, primati ecc. diventano troppo spesso oggetto delle peggiori pratiche mediche, alimentari o di puro svago. Luci e ombre, quindi, per un paese che non smette mai di stupirci. Da un lato, un dispendio economico sempre maggiore per la tutela dei panda, in cui esperti italiani preposti alla conservazione dell’orso marsicano diventano maestri delle tecniche di protezione e di ripopolamento, dall’altra, l’utilizzo intensivo di monoculture, pesticidi e fertilizzanti che pesano come un macigno sulla biodiversità.

Eppure, ancora una volta, e proprio in questi giorni, la Cina si è mossa, cercando di fare qualcosa per ridurre, almeno in minima parte, l’impatto devastante che la trainante industria dei pesticidi (solo nei primi otto mesi del 2009 il fatturato è stato di 89,6 miliardi di yuan, pari a circa 13,1 miliardi di dollari) ha sull’ambiente naturale. Il ministero dell’industria e dell’informatizzazione di Pechino ha reso noto un progetto di disposizioni per questo settore che punta a ridurre il numero di impianti di produzione del 30% entro il 2015 e a imporre, sempre entro i prossimi 5 anni, la delocalizzazione degli impianti in zone meno impattanti e la corretta gestione degli scarti e dei reflui.

Fonte: Eco Blog, 4 novembre 2009

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