CINA: Discriminazioni nei confronti dei malati di AIDS. I tossicodipendenti rinchiusi nei lager.(Video)

In Cina, secondo le stime ufficiali, i sieropositivi riconosciuti da Pechino sono di almeno 1 Milione (fonte HRW). Non moltissimi, in un Paese di oltre un miliardo e 300 mila abitanti, ma in rapida crescita. Per le autorità cinesi i malati di AIDS sono solo fantasmi, ma i sieropositivi a cui vengono negate le cure sono di almeno 780 mila.

Centinaia di migliaia di persone riconosciute come tossicodipendenti in Cina e nel Sud-est asiatico sono detenute senza processo in centri dove subiscono torture, violenze psicologiche e sessuali, in nome del “trattamento sanitario” loro impartito. In una recente inchiesta(2012) condotta da Human Rights Watch (HRW),il rapporto di 23 pagine prende il nome di “Torture in nome di cure mediche: le violazioni dei diritti umani in Vietnam, Cina, Cambogia e Laos”.

Questi centri, aggiungono gli esperti dell’organismo con base a New York (Stati Uniti), hanno ricevuto sostegno finanziario e fondi dai Paesi donatori e da agenzie delle Nazioni Unite; tuttavia, al loro interno si evidenzia una negazione “sistematica” del diritto alla cura per sieropositivi che, al contrario, sono soggetti a lavori forzati e abusi.

Nel documento di HRW emerge che oltre 350mila persone, identificate come “consumatori abituali di droghe”, sono state rinchiuse in centri equiparabili a vere e proprie prigioni, in nome del “trattamento” sanitario da seguire per disintossicarsi.

Attivista Anti-AIDS Racconta la Difficile Situazione in Cina:

La privazione della libertà poteva durare fino a cinque anni e riguardava anche semplici cittadini senza fissa dimora, malati di mente e bambini di strada.

Nei lager gli “ospiti” devono sostenere esercitazioni di stampo militare, intonare slogan e lavorare in condizioni equiparabili alla schiavitù come tappa di un fantomatico “terapeutico”.

Sono prelevati dalla polizia o spediti come “volontari” nei centri, grazie anche alle pressioni di parenti, amministratori o capi-villaggio che vogliono rendere la loro zona “drug free”. E una volta rinchiuse, le persone – siano essi consumatori occasionali o persino “presunti” tossici – non possono più fuggire, né ricevere cure mediche.

Ricerche recenti hanno inoltre dimostrato che questi lager favoriscono la diffusione di malattie come l’Aids o la crescita rapida del numero di sieropositivi.

In Vietnam la “terapia del lavoro” è parte integrante del trattamento contro la tossicodipendenza e i centri di accoglienza altro non sono che campi di lavoro forzato, al cui interno decine di migliaia di persone lavorano per sei giorni alla settimana ricoprendo le mansioni più umili e faticose. E le punizioni per eventuali errori commessi sfociano sovente in episodi di tortura.

Una pratica che, oltre al Vietnam, viene applicata con uguale durezza in Cambogia, Laos e Cina. In Cina troppe volte i tossicodipendenti invece di essere curati, vengono detenuti senza processo e spesso costretti ai lavori forzati per la produzione di oggetti e manufatti.

La stampa e le organizzazioni impegnate su questo terreno vengono tenute sotto stretta sorveglianza. Vieta ogni manifestazione e proibisce ogni libertà di espressione.

Durante lo scandalo del sangue infetto da AIDS raccolto nelle zone rurali nello Hanan nel 2000, pochi corrispondenti stranieri e giornalisti cinesi hanno ottenuto il permesso di recarsi nello Henan. Due reporter della catena televisiva “Televisione centrale della Cina”, controllata dallo Stato, erano stati arrestati dopo aver girato delle immagini in un villaggio dello Hanan

Persone che convivono con questa malattia e personale sanitario intervistati hanno dichiarato che alcuni malati si sono visti rifiutare il ricovero in ospedale e in altri casi i pazienti sono stai oggetto di accertamenti a loro insaputa, non hanno ricevuto nessuna informazione e nemmeno stati avvertiti dei risultati dell’accertamento.

Numerose indagini incrociate rivelano la chiusura dei reparti HIV in alcuni ospedali e il rifiuto di accettare chiunque sia affetto da AIDS (Fonte HRW)

I bambini sono particolarmente vulnerabili alle discriminazioni. A volte le porte delle scuole si chiudono davanti ai bambini sieropositivi o nelle cui famiglie ci sono membri sieropositivi. Alcuni bambini, i cui genitori sono morti di AIDS, vivono soli perché i membri della loro famiglia hanno timore di accoglierli. Molti di loro sono obbligati a trovarsi un lavoro fin da piccoli, a volte all’età di dieci anni, per aiutare i genitori malati,i fratelli e le sorelle più giovani di loro, o semplicemente per sopravvivere.

Gianni Taeshin Da Valle,Laogai Research Foundation,30/04/2014

Commento di Veronica Vercesi,Laogai Research Foundation,30/04/2014

Negli ultimi anni i giuristi cinesi si sono impegnati nella produzione di nuovi regolamenti, emendamenti, leggi a favore dell’essere umano. Ma l’illuminante teoria è accompagnata da una pratica blanda e talvolta il contenuto di quelle stesse leggi si rivela confusionario, contraddittorio e superficiale.

La costituzione della Repubblica Popolare, la massima fonte nella giurisprudenza cinese, è costantemente accantonata e subordinata. Si prendano l’articolo 33, 37 e 45 in cui si esplicita che “tutti i cittadini della Repubblica Popolare Cinese sono uguali di fronte alla legge e lo Stato rispetta e protegge i diritti umani.

La libertà dei cittadini è inviolabile e nessuno può essere arrestato senza l’approvazione o la decisione di una corte. La dignità dei cittadini della RPC è inviolabile. Infine lo Stato ha il dovere di provvedere all’assistenza nel caso di cittadini anziani, malati o disabili.

Le migliaia di cinesi affetti da AIDS sono costantemente discriminati, ghettizzati, ritenuti un male per la collettività, per l’ordine pubblico e per l’armonia concetti onnipresenti nella società cinese – esenti da cure mediche e da aiuti psicologici. A tutti coloro che hanno contratto l’AIDS a causa della tossicodipendenza o proprio a seguito della reclusione nei centri di recupero perché drogati e considerati soggetti problematici, sembra che la costituzione non appartenga.

Al contrario si preferisce applicare più severamente la Legge Anti-Droga del 2006 in cui si legge un impegno dello Stato ad aiutare e “illuminare” chiunque risulti tossicodipendente.

La realtà è che non si tratta di un diritto ma di un obbligo: difatti le autorità possono ordinare, e quindi non concedono la libertà di scelta, al soggetto di essere curato in una comunità per un periodo di tre anni. In diversi articoli (34, 43) poi vengono elencate le cure che dovrebbero essere elargite all’interno di queste comunità come l’appoggio psicologico, trattamenti fisiologici, un aiuto a coloro che son rimasti senza lavoro, una remunerazione nel caso di servizi resi alla comunità da parte del soggetto malato. Ma l’evidenza mostra un abisso rispetto a quanto scritto nei regolamenti .

L’ Aids in un film cinese:

Esistono invece leggi e regolamenti in materia AIDS in una nazione in cui umiliazioni e pressioni da parte dei familiari, della società, delle strutture mediche e scolastiche sono all’ordine del giorno? Ebbene si.

Sono da ricordare i Regolamenti sulla Prevenzione e i Trattamenti dell’AIDS (2006) in cui si esplicita nel capitolo primo che “sono vietate discriminazioni contro i malati sieropositivi e le loro famiglie.”

La legge protegge i diritti di questi soggetti e il loro diritto alle cure mediche, all’istruzione, all’impiego ,così come lo Stato si impegna a stabilire delle strutture adeguate all’assistenza di questi individui; nel 2010 inoltre è stata scritta un’Opinione su un Ulteriore Rafforzamento del Virus dell’HIV.

Tuttavia il nodo della questione risiede nella tipologia di regolamenti in cui questi rientrano, ovvero regolamenti amministrativi. Jinmei Meng, un esperto giurista in materia HIV, ha difatti affermato che quando sono in conflitto da un parte leggi contro la prostituzione e l’uso di stupefacenti e dall’altra la prevenzione dall’HIV, le prime hanno sempre la priorità grazie al maggior potere legale.

Quindi nella Repubblica Popolare Cinese può capitare che i malati infetti dal virus dell’HIV, a causa di siringhe che passano inconsciamente di mano in mano da un tossicodipendente all’altro e di rapporti non protetti nel grande mercato della prostituzione, vengano trattati come dei criminali, poiché, come recita il codice penale al di sopra di ogni regolamento amministrativo, “un crimine è un atto che mette in pericolo la sovranità e l’integrità territoriale e la sicurezza di uno Stato; sovverte il potere politico della dittatura del popolo e rovescia il sistema socialista; distrugge l’ordine sociale ed economico”.

Ancora una volta la questione dell’AIDS e la dignità dei malati sieropositivi, considerati dei criminali, passa in secondo piano rispetto a quei tanto decantanti concetti di ordine sociale e armonia della collettività.

Laogai Research Foundation,30/04/2014

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