Cina, contro il dissenso online ecco le “Guardie Rosse” del web

Il potere, in Cina, oggi non teme che le masse scendano in piazza. La sua prima ossessione è la Rete. Internet è l’unico spazio fuori controllo. Ogni giorno 350 milioni di cinesi dialogano online. Avanza un’opinione pubblica nuova, invisibile e anonima. Soprattutto libera: al partito comunista, fa paura.Per questo le autorità hanno ideato le “Guardie Rosse” del web, una polizia virtuale che ha il compito di reprimere il dissenso dei “netcitizen”. E’ l’esercito dei “commentatori”, trecentomila attivisti patriottici reclutati, formati e pagati per neutralizzare e cancellare “le idee pericolose per la nazione”.

I “commentatori” di Stato, professionisti o volontari, devono in particolare diffondere consenso in Rete: elogiare i funzionari, esaltare i successi del potere, ripetere gli slogan del partito, confutare e condannare le opionioni dissidenti. E’ una sorta di “propaganda dal basso”, creata nell’unico spazio in cui la testa e le azioni della gente non possono essere controllate dalla polizia. La nuova generazione di “propaganda attiva” è tenuta segreta. Il presidente Hu Jintao ne ha dato però, pubblicamente, una definizione efficace: “E’ un nuovo schema – ha detto – di orientamento dell’opinione pubblica”.

Il popolo della Rete chiama i “commentatori” in modo più immediato: “Wumaodang”. Significa “il partito dei 50 centesimi”. Gli opinionisti di regime, infatti, spesso sono pagati dal governo centrale, o dalle amministrazioni locali: 50 centesimi di yuan, ossia 5 centesimi di euro, per ogni nota web che “ristabilisce la verità ufficiale”. Esistono i professionisti, che trascorrono giorno e notte a navigare e a “ripulire internet”, infiltrandosi nelle chat-room, attaccando i contestatori nei forum web e cancellando immediatamente tutti i post negativi. Questi sono, solitamente, giovani sotto i trent’anni, celibi e disoccupati, iscritti al partito che li seleziona nel corso di appositi stage. Altri sono soprannominati “gamberi di fiume”.

E’ l’esercito di impiegati e funzionari. Stanno negli uffici, ma non lavorano. Combattono online, su tutti i fronti, per “difendere la gloria” dell’amministrazione a cui appartengono: comuni e province, ospedali, ministeri, i vari servizi pubblici. Anch’essi sono pagati, ma con lo stipendio e la carriera: niente “commenti”, o niente “pulizia online”, niente promozione.

Ci sono infine i “volontari”. Pensionati, iscritti al partito, ma soprattutto studenti. In una versione aggiornata della “rivoluzione culturale”, a loro è affidata la missione di “rieducare i compagni insoddisfatti”. Devono eliminare i “post” antigovernativi e, nei casi più gravi, bloccare gli indirizzi internet “di chi rifiuta di rigar dritto”. Molti, per il servizio alla patria, chiedono i loro “50 centesimi a missione”. La “paga”, per i “volontari”, è però diversa. I vecchi si assicurano un minimo di assistenza, gli attivisti si ricavano un posto nelle sezioni locali del Congresso del popolo.

Per gli studenti, spina dorsale tecnologica dei “commentatori”, in palio ci sono gli esami, la laurea, un primo lavoro. Il tono della lotta è aspro. “La nostra prima azione – si legge sul web – è urlare e tramortire i ratti. Dobbiamo poi incoraggiare la diffusione di un veleno per topi. Penseremo infine ad alimentare il gatto”.

La battaglia online tra propaganda e dissidenza, ultimamente, è uscita dal buio della Rete. Segretari del partito e funzionari ne parlano apertamente. A scuola e all’università i giovani ricevono istruzioni durante le lezioni. I professori spiegano come “assumere il numero maggiore possibile di censori elettronici”, o come “creare contenuti che diffondano dolore e spavento”. Vengono forniti elenchi di indirizzi web, siti e forum “da infettare”. Gli “studenti commentatori” identificano i “compagni pessimisti”, entrano nei dormitori e bloccano i computer che “minacciano la stabilità sociale”.
Secondo un calcolo approssimativo, circa l’8% di impiegati e studenti è oggi arruolato per la prima linea della battaglia che la Cina combatte contro la libertà di espressione online. Il messaggio è chiaro: in Cina chi si muove in internet “è sempre osservato” e risponde delle sue idee. Chi lotta per il potere, al contrario, viene premiato. Al punto che “fedeli rappresentanti dei netizen” vengono ormai eletti nelle Conferenze consultive del popolo cinese”: primo passo per l’ambita carriera di “funzionario”. I “wuomaodang”, fino ad oggi, contrastano con un certo successo la crescente opinione pubblica che si muove in Rete. Ma l’allarme delle autorità, gli appelli a moltiplicare i “commentatori volontari”, il fatto che tutto ciò esista, suggeriscono che, nella Cina virtuale, qualcosa di inedito e potente si agita.

Fonte: La Repubblica, 8 ottobre 2009

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