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Cina che celebra i 60 anni; Cina che censura la storia

Quando Xiao Jiansheng è nato nel 1955 a Xiangxi, un remoto villaggio dell’Hunan, la Repubblica popolare di Cina era ancora bambina. Nei millenni, la Cina aveva visto affermarsi e cadere molte dinastie, ma questo non aveva mai avuto conseguenze sulla vita di tutti i giorni. Con il cambio verso il regime comunista, invece, tutto è cambiato.

E’ difficile immaginare cosa nel 1955 abbia pensato Mao Zedong, leader supremo del trionfante Partito comunista (Pcc). Forse aveva l’ambizione di superare in grandezza tutti gli imperatori cinesi che lo avevano preceduto, dal Primo Imperatore a Gengis Khan. Comunque, ciò che di sicuro sappiamo è che egli aspirava a trasformare subito la società cinese verso la sua visione del comunismo.

L’impatto di quelle aspirazioni raggiunse subito ogni tranquillo angolo della nazione. Il nuovo governo chiedeva a ogni villaggio di classificare l’intera popolazione secondo la teoria delle classi sociali descritta dal filosofo europeo Karl Marx. A Xiangxi, il nonno di Xiao fu classificato come “piccolo operatore generico”, gli amici lo salvarono dalla qualifica di “possidente agricolo” nonostante fosse agiato per il successo riscontrato nel settore degli addobbi funerari. L’altra qualifica lo avrebbe inquadrato come sfruttatore del popolo e lo avrebbe destinato a essere annientato nel nuovo ordine mondiale. Ma tale sfortuna gli venne solo rinviata.

Il passo successivo del Pcc è stato il riorganizzare tutte le comunità rurali in cooperative collettive. Nel 1958 sono state confiscate tutte le proprietà della famiglia di Xiao, comprese la terra, il bestiame, gli utensili, persino le pentole da cucina, i vasi e il legname. Tutti gli agricoltori erano costretti a consumare i pasti in mense pubbliche. Quando il cibo è finito con rapidità, le campagne hanno sperimentato una carestia mai vista prima nella storia e la politica dei pasti in comune si è conclusa subito. Ma non abbastanza presto per salvare la famiglia di Xiao da una tremenda tragedia: il nonno di Xiao, infuriato, ha preso parte a uno sciopero della fame per protesta contro questa politica, e vi è morto.

Xiao aveva solo 3 anni, ma la tragedia, raccontatagli dalla madre, ha lasciato un seme nella sua coscienza. Pur vivendo in uno Stato autoritario del 20° secolo, con inevitabili limiti alla libertà di informazione e di pensiero, durante l’era maoista il giovane Xiao è cresciuto, nonostante tutto, a rimanere molto sensibile alla sofferenze della società.

Incontrando la profonda povertà delle zone rurali, egli scrisse un saggio “Sul futuro e sul destino della Cina”, nel quale concludeva che “se permane questa situazione, la gente non sarà in grado di sopravvivere e sarà costretta a ribellarsi. Il futuro della Cina sarà pieno di disordini”. Nel 1974 Xiao aveva 19 anni e inviò lo scritto al Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Pcc, convinto che una compassione genuina per le sofferenze dei poveri corrisponde agli ideali comunisti.

Purtroppo, questo idealismo giovanile ha dovuto scontrarsi con la Rivoluzione culturale, con i noti limiti alla libertà di pensiero. Il saggio è stato subito consegnato alle autorità locali e il capo del Pcc della contea di Feng Huang pensava di cacciare Xiao dal suo posto di giovane reporter dell’Ufficio propaganda e metterlo in arresto. Solo l’intervento di alcuni simpatizzanti gli ha consentito di sfuggire la prigione.

La punizione gli è comunque arrivata. Nel 1977, nonostante gli eccellenti risultati nell’esame per l’accesso all’università di Pechino, non è stato ammesso perché non ha superato l’indagine politica. Dopo di che, non è stato accettato da alcuna altra università. A Xiao la perdita della possibilità di un’istruzione superiore è sembrata più penosa del carcere. “Ho imparato nel modo più duro – ha poi detto – la crudeltà della politica”. E’ ironico che la “lotta di classe” costata la vita al nonno sia stata poi abbandonata dal governo e gran parte delle condanne per essere “di destra” sono state rivedute. Ma forse non a abbastanza presto per recuperare alla società gente come Xiao.

Indomito, e senza autocommiserazione, Xiao ha continuato da solo a leggere, scrivere, porsi domande e fare analisi. Circa la tragedia del nonno, conclude che “quando la proprietà privata di una persona è violata, gli viene tolto il diritto di cercare la felicità; le conseguenze possono essere atroci”. Egli trova ispirazione negli scritti di John Locke, Friedrich Hayek e Karl Popper. Guardando ai mali sociali di oggi, Xiao intraprende un viaggio alla ricerca delle radici storiche.

Il risultato di 20 anni di studio è un’ambiziosa critica alla storia della civiltà cinese. Il suo libro “La storia cinese rivisitata” cerca di spiegare le ragioni per cui alla civiltà cinese non è riuscito il passaggio dal dispotismo all’umanesimo. Senza dubitare che l’umanesimo è superiore al dispotismo, Xiao si chiede: “Se l’unificazione violenta attuata dal primo imperatore è stata un progresso storico, allora perché dopo l’unificazione non ci sono più stati grandi pensatori come Confucio, Mencio o Laozi? La gente spesso esalta la rinascita della ‘grande civiltà cinese’, ma in cosa consiste la ‘grandezza’?”

Nel 2006 Xiao ha mandato il manoscritto finito a numerose case editrici in Cina, ma nessuno ha osato pubblicarlo. Dopo varie ricerche, Xiao ha tentato di nuovo e l’ha mandato alla China Social Sciences Press. L’editore ha accolto il manoscritto con entusiasmo, per la ricerca meticolosa e la prosa chiara. Ha stampato il libro prima della fine dell’anno. Ma subito prima del lancio, con un intervento dell’ultimo momento, la censura ha proibito la distribuzione del libro.

Cosa spaventa la censura, nel libro di Xiao? Forse la completa adesione ai valori dei diritti della persona, del pluralismo e della democrazia; forse l’uso che l’autore fa di questi principi universali per valutare diversi periodi della storia cinese. Forse non piace la forte condanna delle conquiste violente e repressive compiute dal Primo Imperatore, in contrasto con l’insegnamento diffuso che l’unificazione era per un bene maggiore. Forse gli arresti domiciliari del giovane e riformista imperatore Guanxu, da parte dell’imperatrice Dowager Cixi, molto simile al modo in cui Deng Xiaoping ha trattato il segretario generale Zhao Ziyang, che si era opposto alla soluzione violenta delle proteste di piazza Tiananmen.

Tutte queste sono possibile ragioni di irritazione, ma l’elemento più pericoloso per la censura è stata “l’attitudine” dell’autore a rifiutare compromessi. Egli ha scritto come se non esistesse la censura, mostrando totale indifferenza per la “corretta visione della storia” sostenuta dalla sezione propaganda del Pcc.

Nel 2009 questo affascinante manoscritto è arrivato alla mia casa editrice a Hong Kong [la New Century Press], dove la libertà di stampa è protetta dalla legge. Senza curarsene, il ministro cinese per la Sicurezza ha interferito con il nostro progetto di pubblicare il libro, citando l’esigenza di “mantenere la stabilità”. Le autorità hanno detto che la pubblicazione era un tentativo di “recare danno” alle celebrazioni per il 60° anniversario della Repubblica popolare cinese. L’editore capo dello Hunan Daily (dove Xiao è redattore) è stato costretto a fare indagini sulla pubblicazione. Anche egli non ha potuto trovare valide ragioni per bandire il libro, ma intanto sono state fatte pressioni estreme su Xiao, ancora una volta, per fermare la pubblicazione.

Dopo 60 anni dalla fondazione della Repubblica popolare cinese, con i suoi violenti alti e bassi di ricchezza, improvvise sterzate ideologiche e nelle norme sociali, quello che rimane immutato è il diritto dello Stato di esigere il sacrificio dell’individuo, quasi a provare l’elemento chiave del libro di Xiao.

Xiao ha deciso di andare avanti con la pubblicazione. E dice: “Quello che mi dà coraggio è il triste destino di mio nonno, lo spirito della sua scelta di morire piuttosto che vivere come un essere senza dignità umana”.

Fonte:AsiaNews, 1 ottobre 2009