Cina cerca Italia, e viceversa

All’Expo di Shanghai il padiglione italiano ha ricevuto 7 milioni di visitatori cinesi

Se pensiamo ad un marchio italiano di abbigliamento di fascia media, presente in tutto il mondo, ci viene subito in mente Benetton. Quindici anni fa, la casa di abbigliamento italiana realizzava il 90% dei propri prodotti in Italia, per lo più destinati al mercato nazionale. Oggi, invece, Benetton è presente anche a Hong Kong, perché ha capito che è fondamentale tenere d’occhio da vicino i fornitori cinesi, su cui si basa sempre di più. La Cina, infatti – sostiene The Economist – con la sua manodopera a basso costo, e la sempre crescente capacità di produzione, è una potenza economica mondiale, che rischia di schiacciare i concorrenti occidentali, cercando di esportare il proprio modello anche oltreoceano. Questo accade, ad esempio, a Prato, dove è presente la comunità cinese più grande d’Europa.

«Col passare degli anni, l’Italia ha imparato la difficile lezione di non poter competere con la Cina sul prezzo. E così, i suoi uomini d’affari hanno deciso che avrebbero venduto qualità, non quantità» scrive Rachel Donadio sul New York Times, «per secoli Prato ha prodotto alcuni dei migliori tessuti al mondo, diventando un simbolo del “Made in Italy” chic», ma poi è arrivata la Cina, e le cose sono cambiate. I lavoratori cinesi che si sono trasferiti a Prato alla fine degli anni Ottanta, sono oggi 11.500 (quelli in regola), ma si stima che ce ne siano altri 25.000 “in nero”. Nel corso del tempo hanno trasformato l’industria tessile italiana di alto livello in capitale manifatturiera di indumenti a basso costo, alimentando il risentimento della gente locale, non proprio favorevole alla “colonizzazione” straniera. Recentemente i controlli della polizia nelle imprese degli immigrati cinesi si sono triplicati: quasi 200 blitz dall’inizio dell’anno. Ma sono stati arrestati anche vari funzionari dell’ufficio immigrazione della polizia di Prato, accusati di aver preso tangenti in cambio di permessi di soggiorno. «Non si tratta soltanto di immigrati che hanno fatto nascere la comunità cinese più grande d’Europa, ma è la Cina con il suo modello economico che ha formato il proprio quartiere in Toscana», scrive Philippe Ridet su Le Monde, (l’articolo è riportato integralmente, per i non abbonati, da Philippe Bensac sul suo blog). Ogni giorno, le 3.200 imprese cinesi di Prato producono un milione di capi di abbigliamento. Il tessuto proviene dalla Cina, ed ha un costo di 58 centesimi al metro (quello italiano sta sui 4 euro e cinquanta). I costi del confezionamento, esclusa la stoffa, sono più o meno questi: 30 centesimi per la taglia, 45 per i bottoni, 80 per la stiratura, 2 euro e 30 per la cucitura. Un cappotto prodotto in queste fabbriche ha un costo totale che si aggira intorno ai 15 euro, ma viene venduto nelle boutiques europee a 10-20 volte in più, trasportato il sabato e la domenica da furgoncini 4 x 4 immatricolati in Slovenia, Polonia, Francia o Germania. I vestiti sono di qualità scadente, ma hanno un’etichetta simbolo: “Made in Italy”. I cinesi di Prato mandano in Cina, secondo la Banca d’Italia, 1,5 milioni di dollari. Utili di quelle dimensioni non compaiono nelle dichiarazioni fiscali. Secondo alcuni funzionari locali, i cinesi preferiscono rimpatriare gli utili invece di investirli in loco, come scrive Elysa Fazzino su Il Sole 24 Ore. Ma il problema – italiano e non cinese – è provocato dalla debolezza delle istituzioni e dall’alta tolleranza verso il non rispetto delle regole. Così «i cinesi hanno potuto “offuscare” la linea di demarcazione tra il “Made in Italy” e il “Made in China”, andandone a minare il target e la capacità italiana di vendere i propri prodotti esclusivamente come di fascia alta», conclude Donadio del NYT. Nel 2009, quando l’Italia registrava una crescita negativa (-1%), i cinesi a Prato guadagnavano il 13%. Bisogna considerare, guardando questo dato, che gli operai lavorano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Il risentimento che i cittadini toscani provano verso la comunità cinese è anche di tipo economico e sociale. I cinesi giocano la stessa partita degli italiani, quella dell’evasione, ma hanno più aziende (circa 200 in più). La polizia li accusa di aver introdotto traffici illeciti di droga e prostituzione a Prato e nell’intera penisola, sotto lo scudo protettivo dei commerci internazionali legati alle aziende che gestiscono. Xu Lin, un industriale da 20 anni a Prato, racconta alla BBC: «Gli italiani sono ancora i migliori nel realizzare la fase di progettazione, abbiamo molto da imparare da loro». E infatti i cinesi provano da sempre un forte interesse per i prodotti italiani, anche in casa loro. Lo testimonia il successo che ha avuto il padiglione nostrano all’ultima Expo di Shanghai, che dal 1 maggio al 31 ottobre è stato visto da 7 milioni di persone. Ciò significa che un visitatore su dieci (su 70 milioni totali, per il 95% di nazionalità cinese) ha scelto di visitare la fiera mondiale del “Made in Italy”. Il padiglione, realizzato con l’innovativo sistema del cemento trasparente, era allestito con tutto quello che piace ai cinesi: la Ferrari, le moto, la pasta, la moda. Notevole successo hanno avuto i vini, in particolare quelli abruzzesi e calabresi.

Fonte: Ami, 15 novembre 2010

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